Resistènse: la poesia ruvida e coraggiosa di Maurizio Noris in un incontro alla Fondazione La Porta

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«I tò öcc de s-cetì / i ma domanda / de rimetì al mónd / ol mónd» (“I tuoi occhi di bambino / mi chiedono / di rimettere al mondo / il mondo”). È una lingua viva, pastosa, densa e a tratti ruvida quella delle poesie di Maurizio Noris: le sue sono parole che davvero, anche nell’ultima raccolta Resistènse (Interlinea), che si presenta il 16 settembre alla Fondazione Serughetti La Porta, offrono uno sguardo altro sul mondo.

L’autore, originario di Comenduno di Albino, scrive nel dialetto bergamasco della media Valle Seriana: un dialetto che porta con sé non soltanto un suono, un disegno, un ritmo, ma una visione della vita. Resistente, appunto, coraggiosa, piena di slancio e insieme di spigoli, anche dove non si immaginano.

È nuova la vita offerta a queste parole, che sono le stesse della tradizione ma non suonano più allo stesso modo, così com’è cambiato il mondo che ora abitano, e in cui sono ormai spesso marginali, al punto che solo ripeterle evoca umori nostalgici.

Intervengono con l’autore all’incontro di venerdì 16 (ore 20,45 sala della Fondazione Serughetti La Porta a Bergamo, viale papa Giovanni XXIII, 30 ) Giangabriele Vertova e Ivo Lizzola. È attesa anche la partecipazione di Franco Loi, poeta dialettale, amico di lunga data e maestro dell’autore.

«Avvezzo a condividere l’abitare nella natura di animali, vegetali e minerali – scrive nella presentazione della raccolta Franca Grisoni -, con i venti, il mare, le acque, angeli e persone a cui dà voce, in un gioco di metamorfosi Maurizio Noris esorta a praticare alcune forme di Resistènse nella realtà quotidiana del mondo. Ovvero suggerisce di vivere senza “paura”. Con un linguaggio talvolta crudo ed enigmatico, che si presta a ipotesi interpretative diverse per l’abbondanza di simboli e di similitudini, Noris afferma che ciò che occorre per resistere in una vita che abbia davvero significato è un alto desiderio di vita. Per resistere in questo mondo di guerre, di ingiustizie, di disorientamento sociale e di sofferenze collettive e individuali bisogna alimentare la «Speranza tra noi». Per questo occorre cucire «storie insieme», ed è così che ogni volto, nome o mestiere, diventa una storia, ed ogni storia è un mondo (quello della cinese, quello del mezzadro e dell’ombrellaio, del fabbro e del giardiniere…) e la loro storia di resistenze e di vacillamenti diventa la nostra».

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