The Young Pope di Sorrentino: cala il sipario sul broncio plastico di Lanny Belardo. Ma solo fino alla prossima serie

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È calato il sipario per adesso sulla serie televisiva The Young Pope di Paolo Sorrentino, andata in onda su Sky, ma ancora disponibile on demand (in attesa della seconda serie, già annunciata). Ne proponiamo una prima valutazione critica di don Giuliano Zanchi.

Ehi Jude, non peggiorare le cose, sarà difficile adesso staccare la tua faccia dal broncio di Lanny Belardo, pontefice bambino intronizzato sul seggio di una chiesa obesa e malata, di cui è immagine e somiglianza quella povera Rose che provano a smuovere sollevandola nel letto con una gru, gremita di padri senza figli, affollata di figli rimasti senza padre, nemmeno quello santo, arrogante e inflessibile, che si rifiuta di farsi vedere e farsi amare. Mancava all’appello il climax narrativo della pedofilia, sordido thriller consumato nei bassifondi della miseria umana, sceneggiato come una resa dei conti fra vite devastate, nelle quali il crimine e l’abuso si riproducono da se stessi come organismi cellulari che si sdoppiano senza controllo. Sordidezze, soldi, silenzio.
Fantasmi che riappaiono a mostrare quanto è profondo l’abisso del dolore ricevuto una volta dirottato su altri. L’ombra del ricatto nel frammento più intenso e sublime di tutta la serie, le strazianti e ardenti lettere d’amore mai spedite, nelle quali Lanny, accidenti, sai parlare veramente da Dio, col cuore in mano e le lacrime agli occhi, mentre confessi che alla fine quello che conta è davvero trovare. Ma questo gigantesco riformatorio ecclesiastico che è l’impero di Pio XIII, nel quale non compaiono mai la gente, i preti normali, le Caritas, i catechisti, le sciure che puliscono la chiesa, le nonne che dicono il rosario, le messe della domenica coi loro canti sghembi e le feste in parrocchia coi ravioli, in cui nemmeno si parla mai di Cristo, che è sempre solo un vagheggiare astrattamente Dio, questo tetro collegio per celibi mandati al macello della vita, sembra il set di un interminabile incubo, nel quale Cappuccetto rosso passa l’eternità a scappare dal lupo, Biancaneve a sfuggire alla matrigna, Hansel e Gretel a evadere dalla casa maledetta: ma soprattutto dove tutti hanno un padre da perdere, come il segretario del cardinale pedofilo o suor Mary che si scopre alla fine anche lei orfana.
È tutto zona Recalcati. L’umanità è un immenso orfanotrofio. E anche quando ti sembra che Dio esista e abiti a Venezia, caro Lanny, non appena pensi di aver visto i tuoi genitori anche solo col binocolo, quelli si dileguano di nuovo, lasciandoti solo con una folla di umani di cui nemmeno uno è quello che cerchi. Immaginavo che questo Pio XIII non potesse sopravvivere al suo delirio infantile. Si accascia colpito al cuore tra i cavalli di San Marco. Mentre questo sguardo che osserva il pianeta nel suo solitario splendore non è dato sapere se sia quello di Dio o del gelido nulla delle immensità cosmiche. Sarà vera morte? Ai posteri l’ardua sentenza. La prossima serie di The Young Pope già in programma sa già molto di probabile rianimazione. Soprannaturale o no.
Ma nell’attesa vedo affiorare da tutto quanto un’idea precisa, ruffiana e tremenda come la grande bellezza, attraente e brutale come una donna di strada: questa esistenza deve la sua sostanza solo al teatro in cui gli esseri umani la mettono in scena, un potere e una verità che non hanno nulla su cui fondarsi se non le forme della loro rappresentazione, quella vernice di grande bellezza sotto la quale non c’è nessuna realtà, perché essa è l’unica realtà che esiste, cucita nei paraventi estetici che gli esseri umani elevano di fronte al vuoto delle loro esistenze. Il mondo come volontà e rappresentazione.
Un enorme sconfinato orfanotrofio in cui gli esseri umani sono bambini che provano a fare i grandi inventandosi i loro travestimenti. Cosa esiste di più efficace per illustrare questa condanna umana alla sola apparenza che il grande sublime teatro della chiesa cattolica, questa santa che si dibatte nel suo corpo di meretrice, con la sua strabiliante carriera estetica, il suo repertorio di scenografie, i suoi copioni rituali, la sua barocca esaltazione dell’immagine? Non abbiamo che la nostra apparenza. Splendida, malata, fugace. Quando sullo schermo scorre la scritta FINE (lasciamelo dire in italiano) non sei già più il nostro Lanny, sei già materia di replica, un lontano non essere, incapace di sorprendere il nostro bisogno di racconti. Ci mancherai papa giovane.

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