La fake economy e l’Italia smemorata. Senza coscienza storica, lo spirito pubblico muore

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La campagna referendaria sulle questioni costituzionali ha arato in profondità la società civile italiana, come non avveniva da tempo. Ora è più facile leggerne il sottosuolo, che ha esalato emozioni, rabbie, rivolta, risentimenti, giudizi e pregiudizi. Così sono apparse a occhio nudo le fragili nervature dello spirito pubblico del Paese.
Il dato più clamoroso è quello dell’affievolimento della coscienza storica degli Italiani. Per “coscienza storica” si intendono due significati: il sapere storico, cioé la conoscenza degli eventi e dei nessi circolari tra i fatti economico-sociali, le istituzioni, le idee, le antropologie; il metodo/approccio del sapere storico, fondato sulle fonti documentali, sulle interpretazioni e sulla comparazione critica delle medesime. Senza la coscienza storica, la tenuta nel tempo dello spirito pubblico diventa più difficile. Senza quel metodo, in particolare, si aprono spazi sterminati a quella che si può ormai definire, forse con qualche esagerazione, la “fake economy”, l’economia mediatica fondata sulla produzione di falsi a mezzo di falsi. Per esempio, un falso, in particolare, predicato da leader politici in tutte le salse e ripetuto in ogni bar e in ogni post, è rimbombato, all’indomani della vittoria del NO: “No ad un quarto governo non eletto dal popolo!”. A chiunque conosca la Costituzione italiana, a chiunque conosca la storia della Repubblica é noto che nel nostro sistema costituzionale solo il Parlamento è eletto dal popolo e che il governo è eletto dal Parlamento, non dal popolo. Ma è solo un “piccolo” falso, preceduto a catena da molti altri lungo i mesi. Sullo sfondo sta una clamorosa ignoranza della storia del Paese e della Repubblica fino ai nostri giorni. Che colpisce soprattutto i giovani e diminuisce assai lentamente man mano si sale lungo la scala delle età. A chi osi segnalare questo dato viene chiesto provocatoriamente, se proponga di escludere dal voto “gli ignoranti” o di introdurre “il voto ponderale”, in forza del quale il voto dei “sapienti” pesi e valga almeno il doppio. In effetti, le legge elettorali del dopo-Unità d’Italia escludevano il diritto di voto per gli analfabeti. Quella del 1912 incominciò ad includere gli analfabeti, solo dopo i 30 anni. Con la legge elettorale del 1919 Giolitti ammise tutti gli analfabeti e consentì il voto anche ai minorenni – all’epoca sotto i 21 anni – purché reduci dalle trincee sanguinose della guerra mondiale. Tuttavia, ribadito che il voto universale ai diciottenni – che continua a valere solo per la Camera, mentre per il Senato riconfermato si vota solo dai 25 anni in sù – è una conquista, va anche sottolineato che esso dà il nome alla responsabilità personale degli individui e all’impegno pubblico della comunità civile. Ora, non si può evitare di constatare che i focolai di educazione pubblica in questi decenni si sono spenti. Nella scuola e nelle Università l’insegnamento della Storia è divenuto una cenerentola. E quando viene fatto, a norma delle leggi e dei programmi, è totalmente staccato dalla contemporaneità. Nella società i partiti di massa, strutturati secondo ideologie e culture politiche, si sono dissolti, hanno smesso di generare classe dirigente. Le Parrocchie si sono ritirate nel volontariato sociale e nel global-pacifismo, che dispensa da una conoscenza puntuale e rigorosa del quadro geopolitico mondiale e di area: basta gridare “pace”! Le fratture generazionali, che sono normali e fisiologiche nella storia delle generazioni, si sono aggravate con il salto nel buio della semiosfera, tessuta di Rete e di Social-media, tutt’altro che trasparente e luminosa. E così i nostri ragazzi vanno incontro al mondo come sonnambuli, vedono il terreno presente che stanno calpestando qui e ora, passo dopo passo, ma non vedono la strada. Limitandomi qui al ruolo del sistema educativo pubblico: c’è da meravigliarsi se nelle valutazioni internazionali dei sistemi educativi i ragazzi italiani stanno nella parte bassa delle classifiche relative al senso critico e alla capacità di autonomia? Nonostante la retorica che impazza sul valore della scuola pubblica, spesso ridotta alla sola scuola statale, occorre prendere atto che non fa crescere lo spirito pubblico, non educa all’impegno pubblico, non prepara allo stare nel mondo. Resta del tutto egemone un’antica convinzione: che della contemporaneità a scuola non si debba parlare, perchè troppo accesa di passioni non imparziali. Come se il manuale di storia fosse al riparo dalle interpretazioni, che sono sempre di parte. Educare alla criticità significa, in primo luogo, mostrare ai ragazzi la parzialità inevitabile e i conflitti tra le interpretazioni degli eventi. Quando vanno a votare, viene loro più facile scegliere tra Cesare e Pompeo, tra Mussolini e Sturzo, tra Hitler e Churchill… già più problematico scegliere tra De Gasperi e Togliatti, tra Andreotti e Berlinguer, tra Berlusconi e Prodi ecc…, tra un leader politico di centro-destra e uno di centro-sinistra. Semplicemente, ignorano l’attinenza di quella scelta per la loro vita, perchè i programmi effettivamente svolti delle Storie che studiano (della politica, della letteratura, della filosofia, della scienza…) si fermano agli anni ’50 del ‘900. Conoscono la faccenda dell’Egira e del Corano, ma non sanno che cos’è il fondamentalismo islamico. Si lamentano dell’immigrazione, ma ignorano il quadro geopolitico del Medioriente o non sanno dove si trovi la Libia. Nulla di ciò che li tocca nel presente è ricondotto ai fili che vanno all’indietro di decenni o di secoli. E perciò la presa di posizione pubblica – di cui il voto è la condensazione – è attivata o peggio disattivata da facili slogan, da passioni tristi e inutili, da semplificazioni propagandistiche. Una nuova “gioventù bruciata”, dunque? No, generazioni adulte di insegnanti e di genitori miseramente dimissionari dalle proprie responsabilità civili e nazionali.

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