Parliamo della Parola. La nostra parola malata e la Parola abbondantissima che ci parla del Regno

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Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare…” (vedi Vangelo di Matteo 13, 1-23).

Per leggere i testi liturgici di domenica 16 luglio 2017, quindicesima del Tempo Ordinario “A”, clicca qui

“Il seminatore uscì a seminare…”

Il Regno di Dio è arrivato: Dio e la sua giustizia è qui, in mezzo agli uomini. Molti non ascoltano e non accettano. Eppure, nonostante tutti gli insuccessi, il Regno, dà i suoi frutti. Succede con il Regno come quando un contadino esce a seminare. I campi della Palestina erano spesso aridi, piccoli appezzamenti strappati ai sassi e ai rovi. Il seme veniva buttato  a mano e talvolta finiva sul sentiero che attraversava il campo, talvolta sui sassi, talvolta nelle spine che si trovavano ai bordi del campo. Strada, sassi, spine si mangiano parte del seme. Ma una parte cade nella terra buona e i tre ambiti che non danno frutto sono controbilanciati dalle tre percentuali strepitosamente abbondanti (trenta, sessanta, cento per cento), con le quali il terreno buono dà il suo frutto.

Finita la parabola, Gesù spiega che Dio si dà a coloro che hanno le disposizioni giuste per accogliere, come i discepoli, ma si nasconde ad altri, come i Farisei, che quelle disposizioni non hanno. La Parola non “funziona” automaticamente. Le parabole del Regno sono in rapporto stretto con la “durezza di cuore” degli ascoltatori: la verità in qualche modo è velata, non perché sia difficile, ma perché i destinatari non sono disposti ad accoglierla. Per questo Gesù spiega abbondantemente la Parola ai suoi e lascia, invece, che resti misteriosa per chi non ha il cuore giusto per capire.

La parola, gesto d’amore

Si parla della Parola, dunque, in questa parabola evangelica. La Parola è la forma più alta e più “nobile” delle nostre relazioni (Non è un caso, d’altronde, che nel dialetto bergamasco di due giovani che si innamorano si dice che “i sa parla, i parla nsèma”). Perché la Parola sia un gesto d’amore bisogna anzitutto che io ascolti e che non usi questa parola che io ho ascoltato come un proiettile da gettare contro il mio interlocutore. Siccome gli voglio bene, la parola che mi dice è piena di risonanze, è una parola ricca, densa: è piena di lui. Proviamo a ricordare la gioia che abbiamo provato quando abbiamo risentito, magari dopo tanto tempo, la voce di una persona amata, che desideravamo moltissimo vedere. Finalmente torna e ci chiama per nome. La vita, in quel momento, è come se rinascesse, come se, in qualche modo, ricominciasse da capo.

La Parola e i gesti di amore di Dio

Ora la Parola di Dio mi chiama, mi racconta di Dio che mi ha amato, tanto da darmi tutto, proprio tutto. È finito in croce per me. Non si può raccontare nulla di più bello e di più grande. Nulla, assolutamente nulla. E nulla è più dolce che ascoltare, semplicemente ascoltare questa Parola.

Noi cristiani siamo dei ricconi che si sono abituati alle loro ricchezze e non le apprezzano più. Eppure di questa testimonianza ci sarebbe grandissimo bisogno, perché viviamo in una società nella quale la parola è malata. Le spine e i sassi sono molti. Spesso la parola è usata per negare la parola agli altri. Le nostre parole soffocano e sono soffocate e, di conseguenza, la Parola non passa.

Questa parabola mi dice: guarda che cosa è successo. Ricordatene. Non essere terreno sassoso, o spine, o terreno duro come la strada. Accogli, ascolta, ascolta, lasciati riempire il cuore di questa bellissima notizia: il Regno è qui, Dio ti ha amato fino a dare la vita per te… E quella vita ci viene donata, ancora una volta, abbondantissimamente, nella eucaristia di ogni domenica.

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