Contro la violenza sulle donne. Perché essere tutti femministi può rendere migliore il mondo

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«Io vorrei che tutti cominciassimo a sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo piú giusto. Un mondo di uomini e donne piú felici e piú fedeli a se stessi. Ecco da dove cominciare: dobbiamo cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie. Dobbiamo cambiare anche quello che insegniamo ai nostri figli». Ci possono essere tanti modi per reagire al bombardamento di violenze, femminicidi, abusi ai danni delle donne che in questi giorni affollano giornali e telegiornali. Noi scegliamo il punto di vista della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, l’autrice di “Dovremmo essere tutti femministi” (Einaudi) che abbiamo incontrato di recente al Festival Letteratura di Mantova. Quando pensiamo a una femminista ci viene in mente una donna arrabbiata e un po’ trasandata: Chimamanda ci smentisce con la sua bellezza, i capelli perfettamente pettinati, le unghie curatissime, un’eleganza morbida e raffinata. Con i suoi pamphlet, bestseller in tutto il mondo, ha rivoluzionato il termine “femminismo” dall’interno, dandone una lettura del tutto anticonformista. Secondo lei oggi le discriminazioni nei confronti delle donne non sono potenti come in passato, sono “light”, come le bibite, ma non per questo meno insidiose: è vero che non bisogna più combattere per ottenere il diritto di voto, la possibilità di lavorare, di prendere decisioni in modo autonomo. I pregiudizi sono molto più sottili, più sfumati, appartengono alla sfera delle “diversità”. Proprio per questo, però, impegnarsi per il rispetto e per una parità piena, non solo formale, vuol dire battersi per una cultura che abbia come fondamento e come valore l’accoglienza di chi è “diverso” e più fragile. A chi le chiede perché usa la parola “femminista”, così fuori moda, invece di parlare semplicemente di diritti umani, lei risponde così: “Perché non sarebbe onesto. Il femminismo ovviamente è legato al tema dei diritti umani, ma scegliere di usare un’espressione vaga come “diritti umani” vuol dire negare la specificità del problema di genere. Vorrebbe dire tacere che le donne sono state escluse per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema di genere riguardi le donne, la condizione dell’essere umano donna, e non dell’essere umano in generale. Per centinaia di anni il mondo ha diviso gli esseri umani in due categorie, per poi escludere e opprimere uno dei due gruppi. È giusto che la soluzione al problema riconosca questo. […] La mia definizione di “femminista” è questa: un uomo o una donna che dice sì, esiste un problema con il genere così com’è concepito oggi e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio. Tutti noi, donne e uomini, dobbiamo fare meglio”. Il femminismo, insomma, non è solo una cosa da donne.
Di fronte a quello che sta accadendo in questi giorni pensare che “dobbiamo fare meglio” è il minimo. In questo “meglio” includeremmo la necessità di agire oltre l’odio, oltre i muri, oltre le facili categorizzazioni, oltre le trappole di un linguaggio banale e stereotipato. E la capacità di incominciare a progettare e sognare davvero un mondo diverso, e di credere che è ancora – sempre – possibile.

 

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