Le pagine del diario di Marta. Da Bergamo al Centro Astalli di Palermo

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Continua il diario di Marta, infermiera e nostra collaboratrice, che ha vissuto un’intensa esperienza di lavoro nel Centro Astalli di Palermo, gestito dai gesuiti. Nelle pagine di oggi protagonista è la cucina.

 

Parte II, la cucina

La mia esperienza al Centro Astalli di Palermo, parte 2: la cucina.

Il mio primo incontro al Centro Astalli è stato il e nel corridoio. Il secondo, la e nella cucina. Ogni mattina la cucina del Casalotto apre le porte al gruppo di volontari incaricati di preparare la colazione. “Ogni giorno distribuiamo la colazione, che consiste in una tazza di caffè e latte e del pane, a circa settanta, cento persone, molto dipende dal periodo dell’anno anche, di solito, in inverno c’è più richiesta per via del freddo”, mi spiega Emanuele, mentre mi mostra e racconta tutti i servizi diurni che il Centro offre, che continua “Se ti va domani mattina potresti iniziare da lì”.

Arrivo in cucina puntuale, alle 8.15, quando i volontari sono ancora pochi. Mi presento, osservo e parlo poco, come mi viene fatto notare in un paio di occasioni, e cerco di seguire il ritmo di quanto accade. Quando i volontari arrivano, come attori su un palcoscenico, ognuno occupa il posto assegnatogli da una misteriosa sceneggiatura, armonici e appassionati: chi scalda il latte, chi prepara il caffè, chi taglia e tosta il pane, chi, dopo un giro per i forni della città, arriva con cornetti e paste, che i commercianti regalano invece che sprecare.

Si aspettano le 8.45 per aprire le porte, si controlla con attenzione che su nessuno dei tavoli manchi acqua o zucchero, c’è chi si mette sulla porta pronto a ricevere gli ospiti, chi già si prepara a lavare le stoviglie, chi è pronto a servire.

Apriamo” grida una voce squillante. Aprire le porte come aprire le danze: un movimento continuo e ininterrotto di corpi che entrano, prendono posto, agitano le mani per chiedere la colazione, o semplicemente per salutare chi sta loro dedicando del tempo, mangiano, se ne vanno. È un coro di solisti, una gara a chi grida più forte. “Ciao”. “Buongiorno”. “Bianco o caffè?”. “Briochina!”. “I don’t have the cup”. “Le sucre”. “Non c’è maiale”. “Altri dolci stanno arrivando”. “Serve altro caffè”. “Grazie”.

Alle 10 si chiudono le porte, ma non i cuori di chi già sta preparando per il giorno seguente. E che per i ritardatari trova sempre un’altra tazza di latte e qualcosa da mangiare.

Si chiude e si riapre: la cucina il pomeriggio ospita il laboratorio di cucina, tempo e spazio in cui imparare la ricchezza del cibo condiviso. Per caso, uno degli ultimi giorni di permanenza anche io sono stata catturata dal meraviglioso, meticoloso e delicato ingranaggio della cucina. Per fortuna, ho accettato: mani che tagliano, cucchiai che assaggiano, occhi sorridono, tempie che sudano, storie che si rivelano.
“Io sono in Italia da sette, otto mesi” accenna con un italiano timido e stentato A, che continua: “Sono qui per motivi di salute. Vorrei farmi curare, imparare bene l’italiano e inglese, trovare un lavoro, sposarmi, avere dei bambini e tornare di nuovo in Marocco”. Mi racconta della sua terra e della sua cucina e mentre lo fa una luce diversa gli illumina lo sguardo. “Il Marocco è bello”. “Ti piace Palermo?”. “Si, a te?”. “Si, di Palermo mi piace il cielo azzurro e caldo”. “Caldo..” si interrompe. “Il caldo non è bello. In Libia fa caldo”. Le sue parole mi gelano il sangue. Libia, una parola infernale, omessa per dolore gridata per testimoniare quello che al di là del Mediterraneo succede davvero. Libia è sinonimo di armi, soldi, lavoro forzato e carcere, brutali e orrende ingiustizie subite da chi ha la pelle nera. “Non va bene quello che succede in Italia. Non capisco perché facciano distinzioni in base al colore della pelle. Non fa bene ricordarlo, eppure sempre vedo e sento quello che ho vissuto”. Gli occhi sono lucidi, ma questa volta di lacrime.

“Sai cucinare?” mi chiede J. mentre si accorge dei miei occhi curiosi e affascinati di fronte alla maestria con cui prepara il cous cous. “Si, ma non il cous cous”. “Io ho imparato a cucinare quando avevo sei anni”. Mi mostra una cicatrice sul polso, “La prima cosa che impariamo a cucinare in Marocco è il the. Solo che io ero troppo piccolo e la pentola troppo grande”, scherza, “poi a cucinare le uova e come terza cosa il cous cous”. Parla molto bene italiano, anche se è in Italia da poco meno di un anno. Scopriamo di essere nati lo stesso mese dello stesso anno e anche lui come me ha alle spalle diciotto anni di scuola. Parla arabo, bambara, francese, italiano, mandiga, wolof. “Ti piace l’Italia?”, chiedo. “Mi piacerebbe avere un lavoro e soprattutto dei documenti. La cosa che più desidero e per la quale invidio quelli come te è quel libretto rosso con cui sei libero di viaggiare, conoscere e imparare. Credo che a volte la gente di qui non si accorga del valore che la libertà e la conoscenza abbiano. L’ho imparato in Libia. Lì il francese mi ha salvato”.

Di nuovo, come in ogni storia, Libia c’è, ricordi d’inferno che offuscano la vista e oscurano il passato. Coglie l’imbarazzo del mio silenzio. “Sono partito perché avevo dato la mia parola. E un uomo non la ritratta mai, sennò
non è uomo. Senza paura, conosco l’Oceano, il vostro mare è una piscina”. Sei forte.

 

 

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