Il Regno di Dio e il pane dato al povero

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra…” (Vedi Vangelo di Matteo 25, 31-46).

Per leggere i testi liturgici di domenica 26 novembre, XXXIV del Tempo Ordinario “A”, solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo, clicca qui).

È la scena di quello che viene indicata come “giudizio finale”. Il rischio di un testo così è fargli dire troppo o di fargli dire troppo poco. Vanno quindi ricordati alcuni particolari narrativi, per capire.

La scena grandiosa del “giudizio finale”

La convinzione che sta alla base del racconto evangelico è che la storia umana finirà e che gli uomini verranno giudicati da Dio. Ma molti uomini non hanno conosciuto il Signore, non hanno saputo chi è. Sono i “gentili”, traduzione incerta del latino “gentes” che, a sua volta, traduce il greco ecclesiastico “éthnē”, (“le nazioni”, “i popoli”, “le genti”) e il termine ebraico “gōyīm”. Sono i pagani, dunque. Su che cosa verranno giudicati dal Signore, se non l’hanno neppure conosciuto?

Gesù ricorre alle immagini che la gente del suo tempo usa abitualmente per far capire il carattere cruciale di quell’appuntamento. Molti testi contemporanei di Gesù parlano, infatti, di Dio che torna come un re, sulle nubi del cielo e giudica tutti gli uomini. Così racconta anche Gesù. Solo che, invece di parlare di Dio, Gesù parla di se stesso, Figlio dell’uomo, e si descrive come un re che tiene una seduta solenne, circondato dalla sua corte – gli angeli – mentre davanti a lui stanno tutti i popoli della terra che devono essere giudicati. Il Figlio dell’uomo pone i buoni alla sua destra, i cattivi alla sinistra e pronuncia la sua sentenza. Egli accoglie i buoni perché questi sono stati accoglienti verso gli altri, quando erano nella necessità. La novità enunciata dal Figlio dell’uomo sta nel fatto che nel mettersi in rapporto con i poveri i pagani si sono messi in rapporto con Dio. Dunque, anche loro, pagani, aiutando i poveri, possono incontrare il Re ed entrare nel suo Regno.

La mirabile sproporzione

Il giudizio mette insieme qualcosa di assoluto e di definitivo con qualcosa di passeggero e di relativo. Si entra nel Regno – non in un regno qualsiasi, ma nel Regno di Dio – e vi si entra per sempre (quel Regno, infatti, è stato preparato “fin dalla creazione del mondo” dice il testo) perché coloro che non hanno neppure conosciuto Dio hanno saputo dare un po’ di pane a chi aveva fame, un po’ di acqua a chi aveva sete, un vestito a chi era nudo… Il giudizio finale è il trionfo di una mirabile sproporzione. I gesti più semplici verso gli altri si rivelano incredibilmente preziosi: il tutto arriva per un niente. E, in aggiunta, all’insaputa di chi quei gesti li fa.

L’amore gratuito, “senza ragione”, dei piccoli gesti quotidiani viene ricompensato con l’amore totalmente gratuito del Regno. Dio, dunque, è sontuosamente generoso. Il suo Regno è davvero soltanto, totalmente, “grazia”.

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