Storia di Claudio e Fiorenza e di tanti altri. Una generosità che non fa notizia

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Domenica scorsa, sul sagrato della chiesa, prima della messa, incontro Claudio e Fiorenza, una coppia di amici carissimi di antica data. Come al solito, sono indaffarati e attorno a loro ci sono un bel po’ di bambini e di ragazzi. Claudio e Fiorenza hanno tre figlie naturali, una adottata, Maria, tre in affido. Fiorenza sta spingendo una carrozzina con un bimbo piccolissimo di pochi giorni. Mi spiegano che è arrivato da poco (“ci hanno avvertito alle cinque del pomeriggio ed è arrivato in casa due ore dopo”) e  che starà con loro un paio di settimane, in attesa di trovare una famiglia affidataria che si prenderà cura dopo l’abbandono in ospedale.

La famiglia di Claudio e Fiorenza è una delle tante storie presenti nelle nostre comunità. Persone, coppie, gruppi di famiglie, cooperative sociali: un sottobosco straordinario e silenzioso di cura e di prossimità che custodisce quello che don Tonino Bello chiamava “il segreto della pace”. “Le guerre, tutte le guerre, – amava ripetere –  da quelle interiori a quelle stellari, trovano la loro ultima radice nella uniformizzazione dei volti. Nella dissolvenza dei volti. Nella perdita dell’identità personale. Nell’incapacità di guardarsi negli occhi“.

Nell’epoca dei cocci

Le narrazioni sul nostro tempo insistono sul carattere sfilacciato dei legami, sulla fragilità delle reti sociali, sulla liquidità che pare ergersi contro ogni forma comunitaria posta sotto il senso della gratuità e che sembra favorire invece coloro che disgregano il tessuto umano.

Spesso le analisi sottolineano il fatto che le persone, nel senso intero e luminoso del termine, dileguano, lasciando al loro posto individui impersonali, atomi sociali che entrano a comporre la massa inerte dei consenzienti al presente. Cittadini oramai ridotti al rango di consumatori o di telespettatori. Non è difficile rintracciare tracce di tutto questo.

Ma un occhio attento sa scorgere anche molto altro. Il coraggio di chi r-esiste al tempo presente, la passione di chi non smette di immaginare e di lavorare per un mondo diverso, il respiro di tanti che si ostinano ad associarsi, a stabilire legami di cooperazione, ad adottare modi di agire capaci di suscitare nuova socialità. Sono convinto che nell’epoca dei cocci, occorra credere e investire su chi nelle pratiche quotidiane cerca di riconnettere fili di fiducia, comincia a “pensare insieme”.

Costruttori di comunità

Come credenti abbiamo un compito: dare voce a questi costruttori di comunità. Comunità in cui la libertà dell’io è mobilitata per la costruzione comune, per l’interesse di tutti e non per la convenienza della propria tribù. Donne e uomini che con generosità si prendono cura dell’umano, soprattutto se fragile e non garantito. Donne e uomini che raccolgono la sfida del presente e, contro la logica barbara che riduce le persone a numeri, cose, profitto, danno nome e volto a quelli che incontrano. Donne e uomini che, giorno dopo giorno, prendono sulle loro spalle la fatica e la bellezza della costruzione di una comunità più inclusiva e più solidale.

I trentasei Giusti che nessuno conosce

Un racconto della tradizione ebraica narra che esistono al mondo trentasei Giusti. Nessuno sa chi sono e nemmeno loro sanno d’esserlo, ma quando il male sembra prevalere escono allo scoperto, prendono i destini del mondo sulle loro spalle e questo è uno dei motivi per cui Dio non distrugge il mondo. Finito tutto, hanno la capacità e l’umiltà di tornare alla vita normale, non raccontando nulla di quanto fatto, per un semplice motivo: ritengono d’aver fatto solo il proprio dovere di uomini, nulla di più e nulla di meno. Se la nostra terra bergamasca ha ancora il profilo netto di umanità è grazie a loro. A questi Giusti. Che, a ben guardare, da noi sono più di trentasei.

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