La linea verticale: al cinema e nelle serie tv la malattia si sconfigge con l’ironia

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“La linea verticale” di Mattia Torre con Valerio Mastandrea. Al cinema e nelle serie tv la malattia non fa più paura, si vince con ironia. Il racconto della malattia, lo spaesamento dinanzi alla scoperta di un tumore e poi l’urgenza di rispondere con cure e interventi serrati, un percorso di degenza ospedaliera, il tutto raccontato con pathos ma anche humor (nero, il più delle volte): è questo alla base della nuova serie televisiva “La linea verticale” di Mattia Torre con Valerio Mastandrea in onda in prima serata da sabato 13 gennaio su Rai Tre, preceduta dal lancio sul portale Raiplay. “La linea verticale”, prodotta da Rai con Wildside – che realizza anche “Romanzo famigliare”, “The Young Pope” e “In Treatment” –, prende le mosse dall’esperienza diretta del regista, dal suo iter clinico, esperienza poi divenuta anche un romanzo per Baldini & Castoldi.

Si tratta di un racconto “dramedy”, declinato tra dramma e commedia, sul mondo della malattia, sulla condizione di pazienti e familiari, ma anche una fotografia di medici, infermieri e strutture ospedaliere. Un racconto che conferma una tendenza narrativa, tra cinema e televisione, che negli ultimi anni si è affermata con forza, ovvero affrontare il male con il sorriso e l’ironia, senza togliere nulla alla complessità della malattia, ma rendendola solo più gestibile e vulnerabile.

“La linea verticale”, una risata amara sull’ospedalizzazione. Protagonista della serie televisiva – dal formato di circa 30 minuti a episodio, in tutto otto – è Valerio Mastandrea, che interpreta Luigi, un quarantenne sposato (la moglie è Greta Scarano) con una bambina alle elementari e un secondo in arrivo. Luigi scopre di avere un tumore al rene e così inizia il suo viaggio ospedaliero, tra accertamenti, diagnosi e ospedalizzazione. Si passa dalle sfumature dello sconvolgimento dinanzi alla scoperta di essere malati alla condivisione con la propria famiglia, ancoraggio di serenità; c’è poi lo scontro-incontro con il mondo dell’ospedale, ritratto con ironia quasi come un circo, popolato da medici, infermieri e pazienti dall’umanità varia e a volte esilarante. C’è infatti il paziente (Giorgio Tirabassi) che di professione fa il ristoratore, con una trattoria a Roma, ma è informatissimo come un medico professionista, ancora il medico riluttante (Antonio Catania) oppure quello protagonista, egocentrico (Ninni Bruschetta). Troviamo poi il sacerdote (Paolo Calabresi) che invece di essere accanto ai malati, come conforto e accompagnamento, è tutto centrato nel suo cellulare e, da quel che si intuisce dalle prime due puntate, ha una vocazione un po’ appannata e claudicante.

“La linea verticale” per volontà dell’autore e regista Mattia Torre si volge come una pièce teatrale, nelle ambientazioni, negli snodi narrativi e nelle modalità di ripresa. Quello che colpisce è il tono del racconto, non perfettamente aderente al canovaccio della commedia, della sitcom, ma neanche al medical drama.

Troviamo toni oscillanti, al pari degli stati d’animo, passando dalle note serie dinanzi all’assordante diagnosi della malattia all’ironia più scanzonata di fronte ai tic del personale ospedaliero o alle manie dei pazienti. Ridendo, commuovendosi, si finisce con il sottrarre angoscia al tema, al demone della malattia. A giudicare dunque dalle prime puntate, è un racconto che funziona, che aggancia immediatamente lo spettatore.

Tv e malattia: da “Braccialetti Rossi” a “I ragazzi del Bambino Gesù”

Una riflessione importante sul racconto della malattia in chiave altra, accesa dal sorriso e dalla fiducia, lontana dai toni angoscianti del dramma ospedaliero, si è registrata negli ultimi anni nella televisione italiana. Un contributo interessante, e di fatto innovativo, è venuto dalla serie di Rai Uno “Braccialetti rossi” (2014-2016), prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti (è il “papà” della serie “Il commissario Montalbano”), che ha acquisito i diritti del progetto spagnolo tratto dal libro-esperienza di Albert Espinosa: raccontare esistenze, amicizie e affetti di un gruppo di preadolescenti e adolescenti ricoverati in un ospedale, tutti affetti da diverse patologie, dal tumore all’anoressia.

Un racconto colorato, brioso, dove il male ha un nome chiaro, è bene identificato, ma finisce per non essere il protagonista delle vite dei ragazzi, che sognano invece un domani di possibilità, oltre la malattia. Il taglio è educational e i ragazzi, in base agli ascolti tv ma anche dai contorni del fenomeno mediatico, hanno risposto in massa.

Ancora, tanto seguito e trasporto per il progetto “I ragazzi del Bambino Gesù” (2017) prodotto da Simona Ercolani con la sua “Stand By Me” per Rai Tre, in collaborazione con l’ospedale pediatrico Bambino Gesù: il percorso personale e familiare di dieci ragazzi, tutti colpiti da malattie importanti, nel polo ospedaliero.

Una storia intensa e a tratti struggente, mai lasciata scivolare nel mélo, ma sempre bilanciata dai contorni della fiducia e della speranza. Una storia di difficoltà e riscatto, di reazione psicologica davanti al male.

C’è inoltre “Kemioamiche” (2017), il docureality di Tv2000, rete della Conferenza episcopale Italiana diretta da Paolo Ruffini; realizzato con Kimera Produzioni, “Kemioamiche” è andato in onda anche su Real Time. È la messa in scena di storie di donne, di età diverse, unite tutte dalla lotta contro il tumore al seno.

Una lotta aspra, affannata, ma vinta dal sorriso, dalla complicità affettiva e dalla voglia di riscatto, urlato dalle protagoniste in un ballo liberatorio sulle note di “I Will Survive” di Gloria Gaynor.

L’altra veste della malattia al cinema: da “Quasi amici” a “Colpa delle stelle”

Sempre dagli anni Duemila il cinema ha invertito la rotta nel racconto della malattia, abbandonando via via i toni del mélo per esplorare le possibilità del racconto umoristico, ora dark comedy ora munito di ironia brillante. Tra i tanti titoli prodotti negli ultimi anni, citiamo anzitutto “Quasi amici” (“Intouchables”, 2011) dei registi francesi Eric Toledano e Olivier Nakache, che mostrano lo scontro sociale e culturale tra un uomo francese benestante e un immigrato africano delle banlieue parigine: il primo è tetraplegico, dalla scarsa voglia di vivere, il secondo è in cerca di fortuna, pronto a tutto, mettendo a soqquadro la vita dell’altro.

Storia vera, dove la condizione di disabilità è normalizzata grazie a un sorriso irriverente; un racconto giocoso che spazza via tabù e allarga il campo alla speranza. Da citare, poi, ci sono altri due film. Il primo è “Il lato positivo” (“Silver Linings Playbook”, 2012) di David O. Russell, dal romanzo di Matthew Quick, che mette in scena il tabù della malattia mentale, il disturbo bipolare, con irriverente umorismo. Una vita andata letteralmente a pezzi viene ricostruita dall’amore familiare e dalla tenerezza dell’amicizia. Un invito a non arrendersi, ma a mettersi in gioco con la vita nonostante le difficoltà.

Il secondo è il fenomeno “Colpa delle stelle” (“The Fault in Our Stars”, 2014) di Josh Boone, tratto dall’omonimo romanzo per ragazzi di John Green: film che sdogana nel cinema hollywoodiano il tema della malattia, del cancro, in ambito adolescenziale. Protagonisti sono Gus e Hazel, due liceali segnati da un tumore aggressivo che sognano e lottano per vivere la stagione della propria adolescenza come tutti gli altri ragazzi, con progetti da realizzare, romanzi da divorare e amori da scoprire.

Film brioso, con qualche scivolata zuccherosa, ma capace di portare l’ingombrante tema della malattia (e della morte) nei discorsi dei nativi digitali e delle loro famiglie.

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