«O tu che leggi, ricorda»: un viaggio curioso tra gli epitaffi cimiteriali

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I ricordi, le frasi e gli elogi della vita dei defunti sulle lapidi cimiteriali come ricchezza culturale e sociale. Ma anche come consegna di un patrimonio di valori alle attuali e future generazioni, perché gli epitaffi sono custodi silenziosi dell’identità di un luogo. Sono i contenuti del poderoso volume «“O tu che leggi, ricorda”. Epitaffi cimiteriali tra l’Adda e il Brembo», curato da Matteo Rabaglio e Giosuè Bonetti, 38° volume della collana «Gente e terra d’Imagna» delle edizioni Centro studi Valle Imagna (pagine 487). In pratica, si tratta di una monumentale opera di trascrizione e studio degli epitaffi e delle iscrizioni funerarie raccolte nei cimiteri di Valle Brembana, Valle Imagna, Valle San Martino e Isola Bergamasca, corredata da un efficacissimo apparato iconografico che trasmette con immediatezza i contenuti del volume. Infatti, le 3.288 lapidi sepolcrali studiate e raccolte nel libro, custodite in 156 cimiteri tra l’Adda e il Brembo, parlano un linguaggio articolato, che dice del lutto e della sua cultura, della morte e della vita.

«Dalle lapidi cimiteriali — è scritto nella presentazione del volume — la moltitudine di chi ci ha preceduto muove verso di noi l’estremo passo, la sua eterna ultima recita, come in una medievale danza macabra, priva però di quella malinconia feroce e beffarda. Facendo irruzione nel nostro tempo, consegna a noi e alle generazioni future un breve, epigrafico testamento morale, ci affida gli ideali che hanno connotato la sua vicenda storica e la sua fede nel destino futuro». Le parole degli epitaffi ci trasmettono, come in un estremo lascito, i comportamenti e i valori che hanno fondato l’identità di un mondo. Come scrive Chiara Frugoni nella prefazione, «i nostri vecchi nelle lastre cimiteriali parlano di sé, si raccomandano a noi, vogliono che continuiamo a conoscerli e a ricordarli». Questo volume conferma ulteriormente gli studi locali sulla morte nell’esistenza umana e nella pastorale parrocchiale, che in passato hanno assunto i contorni di una vera «religione domestica». Infatti, nella sensibilità religiosa dell’epoca, essa rivestiva un forte significato: i vivi suffragavano le anime dei defunti; a loro volta, dall’aldilà i defunti intercedevano presso Dio per i bisogni spirituali e materiali dei vivi, e con forza maggiore se i defunti erano stati santi sacerdoti o persone timorate di Dio e di vita esemplare.

L’intera esistenza doveva essere una preparazione alla buona morte in attesa del terribile giudizio di Dio, visto più come giudice inflessibile che come Padre misericordioso. Il tema della morte veniva ripreso anche nelle santelle lungo le strade e nell’iconografia cimiteriale laica. Sopra l’ingresso dei cimiteri si innalzava la statua dell’angelo che reggeva in una mano la bilancia (il bene e il male compiuti), mentre l’altra indicava severamente il Cielo, rammentando a tutti il giudizio divino.

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