Il delitto di Latina e gli affetti malati che tolgono la vita

0

Luigi Capasso, il carabiniere che ha ucciso le figlie, ferito la moglie e poi si è ucciso

Avrai sicuramente sentito parlare del delitto di Latina dove il poliziotto Luigi Capasso ha tentato di uccidere la moglie Antonietta Gargiulo, 39 anni e ha ucciso  le due figlie di 7 e 14 anni. A te che sei monaca, che vivi una forma particolare, spirituale di maternità, che cosa ti ha fatto venire in mente questa forma malata di affettività? E ho paura che di affetti malati ce ne siano in giro parecchi, che non uccidono con la pistola, ma che ci sono e tormentano in vario modo le persone che dovrebbero essere le più care… Lucrezia

Cara Lucrezia, i fatti di cronaca entrano anche in monastero e fanno riflettere. Tuttavia è sempre difficile dare una spiegazione della motivazione che spinge a tali atti, perché la storia di ogni uomo è unica e il cuore di ciascuno un abisso. Proverò a riflettere su questo argomento dal punto di vista di chi semplicemente vive una vita di preghiera e di comunione fraterna.

Abbiamo svuotato la parola “amore”

Siamo in un tempo liturgico, quello della quaresima, che ci consente di guardare a Colui che è venuto a rivelarci non solo il volto di Dio ma anche il vero volto dell’uomo, che nell’amore ricevuto e donato trova la vita nella sua pienezza. Forse certi fatti accadono perché abbiamo svuotato la parola amore della sua profondità, riducendola a un sentimento soggettivo, il cui centro gravitazionale è l’io. L’abbiamo ricoperto di idealismo, dando ai nostri figli dei modelli che non esistono, a partire dalle fiabe fino a giungere alla pubblicità. Abbiamo dimenticato di insegnare loro che l’amore non è semplicemente un istinto naturale, non si nasce capaci di amare: l’amore si impara. Questo dovrebbe avvenire prima di tutto in famiglia, nelle relazioni più strette, nell’incontro con persone che sanno dare la vita, nell’incontro con un Dio che si svuota per amore.

I figli sono stranieri

Gesù ci rivela che uno dei volti dell’amore è la passione. Questo termine dice la forza dell’amore ma allo stesso tempo la sua componente di dolore, di frustrazione, di incomprensione. Alla scuola dell’amore dovremmo imparare ad amare l’altro non per quello che mi dà in cambio, non perché riempie un mio vuoto, ma semplicemente perché esiste, mi è donato. L’amore non può essere staccato dalla gratuità. Questo dovrebbe essere particolarmente visibile nel rapporto tra un genitore e un figlio. Un genitore genera alla vita non solo nel momento del parto, ma fino all’ultimo, lasciando che l’altro sia altro. Ricordo una biblista, madre di famiglia, che ci diceva che i figli sono degli “stranieri”. Questo vale in genere per tutte le relazioni d’amore.

Amore e solitudine

C’è un’altra componente dell’amore che forse la nostra società sta dimenticando: la solitudine. Se l’uomo non è capace di vivere la solitudine, non può amare nella gratuità. Ci sarà sempre il tentativo di ridurre la persona che amo in un riempitivo della mia vita, fino a non tollerare che l’altro mi possa rifiutare.

Tuttavia, come dice C. Bobin, la solitudine è un dono. Te la donano amandoti. Amandoti senza motivo, pienamente, in modo insensato. È sufficiente un frammento di tale amore perché un uomo riceva il dono della solitudine e con esso quello di poter amare nella libertà.  Abbiamo bisogno di padri e madri (non solo naturali) che trasmettano con la loro vita questa capacità di amare nella gratuità, rivelando che l’amore raggiunge il suo apice quando si è disposti a morire perché l’altro viva.

Share.

Lascia un commento