Hikikomori, i reclusi volontari. Seicentomila giovani, in Giappone, vivono chiusi in una stanza

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Il governo giapponese definisce ufficialmente hikikomori una persona che non sia uscita di casa o che non abbia interagito con altri da almeno sei mesi. Hikikomori può però avere diverse forme: esistono forme così gravi da non riuscire a lasciare il divano per andare la bagno. Altri possono soffrire di disturbi compulsivi così gravi da farsi la doccia molte volte al giorno o pulire le piastrelle del bagno per ore, come uno di loro ha raccontato al The New York Times. Un terzo hikikomori ha detto di aver passato tutto il giorno con i videogiochi, “come se mi potessero calmare”.
Jeff Kingston, professore di Asian Studies alla Temple University di Tokio, ha dichiarato che “le generalizzazioni troppo ampie tendono sempre a confondere, sembra però che siano più che altro i maschi a mostrare i sintomi evidenti di rinuncia sociale, spesso in quanto conviventi con genitori che si prendano cura di loro. E la classe di riferimento è quella agiata”.
Secondo le statistiche governative, nel 2015 in Giappone gli hikikomori di età compresa tra i 15 e i 39 erano 541.000. Non ci sono dati per gli altri gruppi di età, il che indica che la cifra possa essere maggiore. Molte famiglie sono inoltre restie a riferire della presenza di hikikomori al proprio interno, ha detto Kingston.
Il Giappone ha da poco annunciato, per quest’anno, il suo primo censimento di hikikomori tra le persone di età compresa tra i 40 e i 59 anni, secondo l’agenzia di stampa giapponese Kyodo. I precedenti sondaggi sul fenomeno erano stati indirizzati soltanto alla fascia di età dai 15 ai 39 anni, inducendo le autorità a considerare il fenomeno come limitato alla gioventù. Da allora, il governo ha notato che gli hikikomori crescevano, aumentando il periodo di segregazione, come informa Kyodo.
Secondo il New York Times, gli specialisti hanno iniziato a osservare l’hikikomori come fenomeno sociale dalla metà degli anni ’80, quando i giovani davano segni di letargia, rifiutandosi di comunicare e passando la maggior parte del tempo chiusi nelle loro stanze. E poiché gli hikikomori si rifiutano di partecipare alla società, per non parlare di andare semplicemente al lavoro, anche l’economia giapponese soffre. Il professor Kingston ha detto: “Diminuiscono la portata della forza lavoro, contribuendo a un mediocre mercato del lavoro. Inoltre, non essendo autosufficienti, al mancare dell’assistenza familiare causata da morte o problemi economici avranno bisogno di assistenza pubblica”.
Come poterne uscire? Si stanno moltiplicando i programmi di assistenza pensati appositamente per questi “esclusi sociali” e si può solo sperare che un maggiore accesso a queste terapie, che stanno indebolendo la portata sociale del fenomeno, possano incoraggiare sempre più persone a cercare aiuto, imparando a gestire i propri sintomi in modo da condurre una vita più appagante e produttiva.
E chissà se un domani anche in Italia non si dovrà affrontare una situazione di emergenza come questa.

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