The good doctor: il giovane chirurgo autistico mostra il valore delle differenze

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Shaun Murphy è un giovane chirurgo autistico con la Sindrome del savant, ha vissuto un’infanzia difficile e abbandonica nel Wyoming e nella pratica medica fra le corsie del San Jose St. Bonaventure Hospital non sbaglia un colpo. O quasi. In realtà è tanto efficace nell’azzeccare anche le diagnosi più complicate e nell’affrontare le emergenze sanitarie quanto è in difficoltà nelle relazioni interpersonali e nell’accettare i sentimenti propri o altrui.
Complice il ricorso a una struttura narrativa efficace in linea con le moderne tendenze della fiction seriale, “The Good Doctor” (Rai 1, martedì ore 21.20) funziona. In onda dal 9 luglio, il medical drama ha subito conquistato uno zoccolo duro di 5 milioni di spettatori e il trend dell’apprezzamento sembra in ulteriore crescita, nonostante la stagione estiva sia tradizionalmente sfavorevole agli ascolti record.
L’inedita serie, frutto delle mani e delle menti di sceneggiatori capaci come David Shore Daniel Dai Kim, autori di serie fortunatissime come “Dr. House” e “Lost”, ha debuttato negli Stati Uniti nel settembre 2017 ottenendo un successo inatteso con una media di 10 milioni di spettatori che ha indotto la Abc a programmare subito la seconda stagione.
Piace il giovane protagonista, che ha parziali ritardi cognitivi ma abilità specifiche in campo medico al di sopra della norma. Di fronte ai vari casi di pazienti che gli si parano davanti, riesce a “vedere” ciò che sta succedendo all’interno dei loro corpi e a intervenire tempestivamente per risolvere ogni situazione in modo quasi infallibile.
I suoi schemi mentali sono al contempo il suo limite e le sua risorsa, sia nella pratica chirurgica che nei rapporti con lo staff dell’ospedale californiano in cui lavora. Costretto ad affrontare quotidianamente lo scetticismo e l’ostracismo dei colleghi più esperti, può contare sull’incondizionato aiuto del dottor Glassman – il primario dell’ospedale che lo conosce da quand’era bambino – per dimostrare sul campo il suo valore salvando vite una dopo l’altra.
Gli ultimi lustri televisivi hanno proposto moltissime serie dedicate alla vita dei medici in pronto soccorso, in corsia o altrove ma “The Good Doctor” si differenzia proprio per la scelta di mettere al centro dell’azione un dottore “non normale” umanamente (se così si può dire) ma non per questo meno efficace. Anzi…
Il punto di forza di questa produzione è il realismo del personaggio protagonista, un giovane che non sa interpretare le persone ma i fatti sì, non conosce l’ironia e prende tutto alla lettera, ha la postura rigida e lo sguardo sfuggente, comunica con difficoltà e tende a perseverare fino a quando raggiunge il suo obiettivo: guarire gli altri.
Dietro il suo sguardo fisso c’è un mondo in cui i , dettagli e i particolari hanno un’importanza fondamentale nel suo lavoro di chirurgo in formazione che spesso sfuggono ai colleghi più esperti, costretti ad arrendersi di fronte alla sua memoria eccezionale e alla sua genialità nella capacità di elaborare le informazioni in suo possesso.
Pur con i limiti strutturali tipici di qualunque produzione televisiva, che deve sintetizzare personalità e azioni ricorrendo spesso a stereotipi per esigenze di chiarezza, questa serie ha il merito di aprire gli occhi degli spettatori su una disabilità poco conosciuta, in funzione normalizzatrice. Il che, in tempi in cui prevale la perniciosa tendenza ad amplificare le diversità a scapito dell’integrazione sociale, è cosa buona.

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