I pianti al saluto del vecchio parroco che cambia parrocchia

4

Domenica scorsa, il nostro parroco ci ha salutato. Una marea di pianti, lui e molti di noi. Tu che vivi nel monastero, costantemente “distaccata” dal mondo, come giudichi questa mestizia nella piccola separazione, in fondo molto meno impegnativa della tua. Letizia.

Cara Letizia, in alcune parrocchie si vivono giorni di cambiamento: partenze e arrivi scombussolano equilibri consolidati negli anni. Si respira un clima di “mestizia” come tu lo definisci, per la separazione dal proprio pastore, per l’incertezza del futuro che porta in sé l’arrivo di un nuovo parroco.

Ogni prete ha il suo “colore”

Ogni sacerdote porta, alla vita della comunità, il proprio “colore”, uno stile unico che lo contraddistingue, come unica è ogni persona. Il tempo favorisce la creazione di legami, di sintonie, di forme di collaborazione e confronto, di esperienze condivise che umanizzano e arricchiscono l’esperienza della fede e dell’impegno a servizio della comunità e del Regno di Dio.

In questa ricchezza si inserisce il legame tra pastore e fedeli, declinato in una frequentazione e collaborazione che  favoriscono la crescita di relazioni ospitali e arricchenti. Come stupirsi allora di quella tristezza che avvolge le persone che vedono il proprio “don” riprendere il largo verso un mare sconosciuto,  una comunità nuova? Non si può rimanere impassibili o indifferenti di fronte a questo distacco!  Sono sempre passaggi delicati: si vorrebbe che i legami significativi avessero il sapore dell’eterno e non i tratti della finitudine. E’ un evento a volte sofferto, necessario, da attraversare, nell’ accoglienza del vibrare dei diversi sentimenti  che abitano il cuore per riconoscere con gratitudine il dono del proprio pastore e  l’affetto e la stima nei suoi confronti. Ma è anche chiamata a lasciare che il sacerdote possa vivere in pienezza e senza rimpianti, la propria vocazione all’itineranza, passando, come Gesù, di luogo in luogo ad annunciare il Vangelo.

Un’occasione per maturare. Farsi da parte, come il Battista

Le relazioni possono continuare anche in una lontananza, dentro una libertà che si fa custodia della vocazione dell’altro. I distacchi e i cambiamenti diventano anche la verifica dell’autenticità della sequela dei fedeli, della loro crescita e maturazione di identità umane e cristiane affidabili e coerenti, che non mutano la loro appartenenza e il loro impegno nella comunità in relazione alla simpatia o all’ affinità del  pastore che li guida. Essi continuano a vivere con responsabilità la loro vocazione battesimale dentro il tessuto concreto della comunità nella quale vivono. La positiva seminagione di un pastore si valuta in questi passaggi, quando un prete, pur con sofferenza, sa mettersi da parte per lasciare posto a un suo confratello. È la  pedagogia del Battista, icona sapiente da contemplare, perché testimoni che solo Dio è il bene, la sua unica ricchezza, e il Vangelo la sua passione da portare in ogni luogo.

Certo, porterà nella nuova comunità volti amati, percorsi condivisi, ma anche la consolante certezza di aver orientato al Signore dei fratelli, e non averli attirati e trattenuti a sé. E se ciò non avvenisse, il distacco potrebbe essere definitivo, per non illudere le persone, e permettere loro di continuare a servire il Signore nella nuova situazione: questo è il bene che il pastore è chiamato a fare ai fratelli! E per lui, il dono più grande di un’amicizia è una  preghiera incessante che lo accompagni nel servire la nuova comunità, come pastore che si dona incondizionatamente, secondo il cuore di Dio.

Share.

4 commenti

  1. Magari ci sono altri parrocchiani che festeggiano…..si fa per dire, un mio amico mi diceva che nella sua parrocchia un gruppo di fan del parroco pensava di rivolgersi ad uno psicologo-consolatore. Orbene è giusto che un prete costruisca nella sua parrocchia delle amicizie, non c’è asolutamente nulla di riprovebole a condizione che non ne divenga dipendente! Altrimenti c’è il rischio che i vari consigli parrocchiali …….. si consumino all’interno di questa ristretta cerchia di amicizie…. alla faccia della comunità.
    Se sarà stato un bravo pastore lascerà una parrocchia forte che continuerà ad esserlo anche se il nuovo arrivato sarà un po’ meno bravo, potrà anche capitare cha la nuova parrocchia alla quale sarà destinato, necessiti di una guida decisa, cosicchè anche questa diventerà forte. Se il rapporto è di sincera amicizia potrà continuare anche nella nuova comunità…mica scappa. Superata la fase “di mestizia” continueranno a servire la propria comunità e il loro nuovo pastore con rinnovato impegno ed entusiasmo!

  2. silvana messori on

    Ancora c’è il magone per chi parte, come un figlio per una madre, che vede il proprio figlio, intraprendere un altro viaggio, e che sa che sarà sempre figlio suo, ma lontano dai propri occhi e dalle carezze che anche con uno sguardo ti dona! E’ vero! succede e molto più spesso di quanto non si creda che il “parroco” per alcuni bravissimo per altri solo un egocentrico, si possa essere contenti della sua partenza, ma desidererei portare la riflessione su quanto è stato interiorizzato nei cuori dei fedeli quale messaggio di “crescita” ad una vita cristiana! Quando anche i più vicini stretti collaboratori del parroco, sono i primi a gettare “le armi”, e a colpire metaforicamente alle spalle, ciò che un minuto prima, ritenevano di sostenere, .. beh, cosa hanno interiorizzato, se non la disponibilità a vendersi alle proposte incoerenti, pur di mantenere in ambizione, posti di rilievo che chiunque potrebbe prenderne il posto? L’importante che chi parte, non perda la speranza di essere “buon pastore”, e chi arriva abbia il rispetto del cammino di crescita svolto da una comunità, indipendentemente da chi lo ha prodotto e migliorarne le condizioni di sviluppo… a presto e grazie

  3. Forse mi pare anche di capire che spesso questi pianti – eccessivi – oltre al dispiacere , siano dovuti al timore di non poter riavere i “posti di potere”… di non essere così importanti come prima! Si introduce quindi a mio avviso la necessità di soffermarsi sulle motivazioni che stanno immediatamente dietro all’impegno, molte volte anche gravoso di tante persone in Parrocchia. Se trattasi di servizio e disponibilità a lavorare per la comunità – ci metto comunque una sana “dose” di gratificazione , non guasta e a volte da anche forza per superare momenti di difficoltà, – tutto contribuisce ad uno scambio proficuo tra il prima e il dopo. i parrocchiani porteranno le loro esperienze, il nuovo parroco porterà le sue e insieme in continuità di intenti cresceranno e insieme matureranno anche cambiamenti, senza strappare inutilmente. Si potrebbero fare tanti esempi. Le nostre Parrocchie sono ricche di storia di tradizioni, spazzare via il tutto è profondamente sbagliato e succede purtroppo più sovente di quanto si possa pensare.; quindi ” ogni sacrestia la sua liturgia” diventa il riferimento quasi liberatorio di tanti preti. Tralascio gli esempi!

  4. silvana messori on

    Domenica scorsa(ieri 23 sett), si è proclamata la Parola, sullo Spirito di Servizio… quindi non occorre che io sia più eloquente del “Vangelo”. mi pare anche se ho colto il vero significato di “ogni sacrestia la sua liturgia” che sia profondamente sbagliato spazzare via la “nostra storia”, ma che però a quella storia, è necessario dare un senso ai tempi in cui viviamo. Ciò occorre molta sensibilità, spirito empatico non egoistico volto alla propria gratificazione di esecutore ma per il bene della comunità, e che vale sia da parte della Guida Spirituale che dai fedeli parrocchiani! a presto e grazie dell’ascolto

Lascia un commento