Un amore tenace. Una madre piange sulla bara del figlio bambino morto quarant’anni fa

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Ingresso del cimitero di Telgate

Due settimane fa mi è capitato di vivere un’esperienza fortissima, che spesso ho ripreso nella preghiera e nelle riflessioni personali di questi giorni. Sono quegli episodi che semplicemente accadono, ma che ti segnano profondamente e ti insegnano qualcosa in più della vita, della suabellezza, della sue preziosità. E ti parlano di Dio.

Un funerale, una tomba

A Telgate era morto un uomo. Un uomo di 68 anni, Vincenzo, malato da circa due anni. Una persona conosciutissima, anche in molti altri paesi, perché era un musicista. Insieme al figlio e alla nuora costituiva un trio che animava molte feste nei paesi, ai matrimoni, a diversi eventi organizzati da enti pubblici e privati. In quei giorni don Mario, l’arciprete di Telgate, era in Terra Santa con i parrocchiani, così ho gestito io la benedizione della salma, la veglia funebre, il funerale, concelebrato con l’amico e compagno di ordinazione don Denis Castelli, e la tumulazione delle ceneri. Proprio in occasione di questo ultimo momento, quello della tumulazione delle ceneri del defunto, il giorno successivo al funerale, è accaduto l’evento di cui voglio scrivere. Vincenzo doveva essere tumulato nella tomba di famiglia, così che la lapide era stata sollevata da terra e la lastra di cemento sigillata era stata in parte asportata per permettere il passaggio dell’urna. Nella tomba riposano già da tempo il papà, la mamma di Vincenzo e il nipotino Fabio, morto a soli tre mesi di vita nel 1975. Stiamo aspettando l’ora fissata; Andrea tiene tra le mani l’urna con le ceneri di papà Vincenzo, stiamo attendendo le ultime persone che desiderano partecipare alla benedizione e alla sepoltura. All’improvviso, una signora al mio fianco si muove verso la tomba, guarda al suo interno e chiede: “Dov’è la bara di Fabio?”. Le dicono: “Spostati leggermente a lato e guarda appena sotto la lastra di cemento. Si vede bene!”. La signora si scosta leggermente, si abbassa e scorge la piccola bara bianca, ancora integra, seppur  leggermente consumata agli angoli, a causa dei 43 anni trascorsi. Scoppia a piangere. Una personasi avvicina e mi sussurra: “La signora è la mamma del bambino”.

Nei giorni successivi la stessa signora mi dirà che lei la bara del figlio non l’aveva mai vista. So però anche che lei, nei giorni precedenti il funerale, aveva tenuto costantemente la mano del piccolino, per non lasciarlo solo.

L’amore che non dimentica

Mi ha profondamente commosso questa scena d’amore. Passano i decenni, ma l’amore resta. Una mamma a cui muore un figlio non si rassegna e sente il dolore come il giorno della scomparsa del frutto del suo grembo. Forse pian piano sa rileggere in altro modo la tragedia che l’ha colpita, ma il cuore ha una ferita che non rimargina. Ho conosciuto in questi anni diverse persone alle quali la vita ha chiesto la forza di affrontare questo dolore. Non ho insegnato nulla a queste persone, ma ho imparato, eccome che ho imparato. Mi insegnano la bellezza dell’amore, di un amore che continua nella forma del ricordo e della preghiera, della Divina Dolcezza che consola, della fede che non toglie la sofferenza, ma indica la strada per attraversarla. Prego per queste mamme e questi papà: mi insegnano a trasformare il dolore in amore. Sì, rivedranno i frutti del loro amore, là dove Dio li custodisce, là dove nessuno potrà più separarli e dove potranno vivere insieme, per  sempre.

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