Le mamme e la paura delle malattie. Non si può controllare tutto, alleniamo i bambini a reagire

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“Avviso importante. Si è verificato un caso di gastroenterite da rotavirus all’interno della scuola”. Accanto all’avviso due fogli A4, con descritto fitto fitto cosa sia il rotavirus, che “può causare una diarrea severa e disidratazione” ma la cui infezione “è pericolosa solo quando provocata dal rotavirus A”.

Non so esattamente da quanti giorni sia affisso alla bacheca all’ingresso della materna. Io ci ho fatto caso solo ora. Lo confondevo forse con l’avviso “nella scuola si è verificato un caso di pidocchi” di qualche tempo fa. Fatto sta che nemmeno mi son fermata a leggere, ormai opto per l’ignoranza cosciente. Quella per la quale se una cosa non la conosci non ti fa paura e magari nemmeno ti si avvicina.

A guardarmi indietro mi rendo conto di quanto sia cambiato il mio approccio alle malattie dei bambini. Quando è nato Tommaso a chiunque entrasse in ospedale a trovarci ero intenzionata a sparare addosso un antibatterico sterilizzante da far invidia a una sala operatoria, guardavo terrorizzata le manacce pronte ad accarezzare un esserino indifeso, non sia mai che qualcuno osasse provare a prenderlo in braccio. Al primo raffreddore mi ero attrezzata con siringhe e fisiologica che manco il piccolo chimico, alla prima febbre ero tentata di correre al pronto soccorso.

Poi è arrivata Alice, e già lì guardavo le malattie con altri occhi. Sì sì, prendetela pure in braccio, tanto c’è già il fratello che le tossisce in faccia. No, non preoccupatevi, scotta appena appena, i bambini hanno una temperatura più alta della nostra e questa non è febbre. L’ingresso all’asilo nido mi ha ufficialmente diplomata come “mamma immune”. Immune all’ansia da malattia, immune al terrore che si diffonde nella chat WhatsApp appena un genitore scrive “mio figlio ha preso la varicella, il contagio è iniziato”.

La mia fortuna è stata forse quella di conoscere una mamma-amica ben più folle di me, che, invece di scappare, si presentava davanti alla varicella con tutti e tre i figli. “Meglio che la prendano ora piuttosto che da adulti”. Dopotutto la natura avrà sempre la meglio. La tosse e il raffreddore si impossesseranno comunque di tuo figlio per buona parte dei mesi invernali, l’influenza prima o poi vincerà, i pidocchi un bel giorno compariranno per magia tra un capello e l’altro mentre spazzoli senza pensieri la lunghissima chioma di tua figlia.

Tanto vale affrontare il tutto con la corazza di chi è consapevole che nella vita qualcosa si può prevenire e qualcos’altro no. Tu li educhi a mangiar bene (“stamattina la spremuta, mi raccomando, che vi da una scorta di vitamine”), li fai stare all’aria aperta il più possibile, gli spruzzi i capelli di olio Tea Tree, rimbocchi loro le coperte. Ma quell’infame pidocchio che dalla testa dell’amico salta su quella di tuo figlio non potrai mai vederlo, quella malattia in agguato non saprai fermarla. Potrai solo affrontarla. E tuo figlio, quello sì, puoi allenarlo a combattere. A non mollare, a non far la vittima, a non perder mai la speranza. Perché a ogni malattia che avrà saputo sconfiggere acquisirà un grado in più di coscienza di sé, del proprio corpo, della propria mente, dei propri limiti, della propria forza.

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