“Non puoi salvarle tutte”: molestie sul treno e un’indifferenza da combattere

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Accade ogni giorno. Tutti i giorni siamo facili bersagli di notizie di qualunque tipo e il rischio che si corre è di essere informati, ma allo stesso tempo divenire indifferenti, rispetto a ciò che ci circonda. Etichettiamo i fatti di cronaca come lontani dalle nostre realtà credendo che nel nostro quartiere, nella nostra scuola, sul nostro treno certi malaugurati eventi non accadranno mai. Invece è possibile imbattersi in vicende simili anche nella nostra quotidianità, che ne resta poi irrimediabilmente sconvolta. È accaduto a Sofia, una ragazza a cui abbiamo dato un nome di fantasia, che ha scelto di raccontare la propria storia.

“Il fatto è avvenuto un anno fa circa, ma lo ricordo come se fosse ieri –racconta Sofia- Una mattina ero sul treno, ma stranamente non c’era tanta gente. Pioveva ed ero in piedi vicino alla porta dove c’erano altre cinque persone. Tra queste vi era una ragazza che mi dava le spalle. Ad un certo punto noto un ragazzo accanto a lei che inizia a strisciarle l’ombrello sulle gambe. Lei, immobile, non reagisce. Lui da dietro inizia ad annusarle i capelli. Ho pensato fosse una coppia che avrebbe dovuto evitare certi atteggiamenti in pubblico, ma alla prima fermata lei, quasi alla chiusura delle porte, scese e corse via. In quel momento capii. Chiuse le porte, lui si girò e mi guardò. Io guardai lui. Con freddezza cambiai vagone e mi assicurai che non mi seguisse. Fu la prima volta che lo incontrai. Per diversi mesi, non presi più quel treno. Mi svegliavo mezz’ora in anticipo per prendere il treno prima. Dopo diversi mesi ripresi quel treno e quella situazione era per me solo un brutto ricordo, fino a quando una mattina lo vidi salire.

Pensai di sbagliarmi, ma, a un certo punto, lo vidi accarezzare le gambe di una ragazza seduta, poi iniziare ad accarezzarle i capelli, accasciandosi quasi su di lei che nascondeva il viso tra le mani. Mi guardai attorno per vedere se fossi l’unica a notare ciò che stava accadendo. Erano diversi gli spettatori dell’evento. La ragazza iniziò a piangere silenziosamente. Era pietrificata. Dentro di me cercavo di capire cosa fare. Speravo che qualcuno intervenisse, ma niente. La ragazza incrociò il mio sguardo e d’istinto le dissi <Ciao Silvia! Come stai? Quanto tempo!>. Lei si alzò e rimanemmo abbracciate a lungo. Tirai un sospiro di sollievo e anche lei fece lo stesso sussurrandomi un ‘grazie’ all’orecchio. Neanche il tempo di riprenderci che notammo l’ “essere” avvicinarsi a un’altra ragazza con cui stava facendo lo stesso. Mi guardai attorno speranzosa di una reazione. Una signora sui 75 anni mi guardò e mi disse <Non puoi salvarle tutte>. Dopo poco arrivammo al capolinea. Con lo sguardo cercai di intravedere dove lui stesse andando, ma persi le sue tracce nella folla. Non prendo più quel treno”.

‘Non puoi salvarle tutte’ è un commento che fa gelare il sangue. Non solo fa risaltare la mancata reazione dei pendolari, ma anche l’indifferenza che, su quel treno, ha avuto la meglio. “Non so dire come mi sentii in quel momento. –prosegue Sofia-. Ero tramortita, non sapevo cosa fare. Ero incredula, nessuno faceva niente. Non avevo più il senso del tempo. Non so quanto sia passato dalla frase della signora alla fine del viaggio. Col senno di poi posso dire che è vero, io da sola non riesco a salvarle tutte, ma forse con l’aiuto degli altri…”.

Sin da bambina, ogni donna viene “preparata” a un mondo pieno di pericoli: genitori e persone care non fanno altro che dispensare consigli con i quali sopravvivere evitando situazioni spiacevoli. Istruzioni per l’uso che vanno dal posto da scegliere su un treno all’evitare di isolarsi. Consigli che a Sofia sono tornati inutili: “Mi hanno sempre detto <Stai in prima carrozza, così sei vicina al personale di bordo, in caso di bisogno ci sono loro>. Mi hanno sempre insegnato a stare nelle carrozze più affollate <così stai tranquilla, non ti succede niente perché ci sono gli altri>. Ho sempre seguito tutti i consigli per non ritrovarmi in situazioni simili.

La realtà, però, è diversa. Il personale era irraggiungibile, le persone hanno visto tutto e non hanno fatto nulla. Dovrebbero insegnarti a contare solo su te stessa, a non riporre le tue speranze negli altri. Non accuso le persone presenti su quel treno che hanno preferito non intervenire, perché non sai mai chi hai di fronte e come possa reagire. Alla fine, vuoi solo tornare a casa dai tuoi cari sano e salvo. Il messaggio che desidero lanciare è il modo di affrontare le situazioni. Se al posto di quella ragazza ci fosse stata la moglie del signore che si trovava su quel treno, lui cosa avrebbe fatto? Non avrebbe forse sperato che, se lui non fosse stato presente, qualcuno prendesse il coraggio di reagire e salvarla? Se al posto di quella ragazza ci fosse stata la sorella del ragazzo seduto sulle scale con le cuffie alle orecchie, quel ragazzo cosa avrebbe fatto? Non avrebbe forse sperato che qualcuno intervenisse per aiutare la sorella?

Alla signora che mi disse ‘non puoi salvarle tutte’ dico, se ci fosse stata sua figlia al posto della sconosciuta di turno non avrebbe urlato ‘per favore qualcuno la salvi’? Se non fosse stata presente non avrebbe forse sperato che qualcuno salvasse sua figlia e che non ignorasse la situazione dicendo ‘non posso salvarle tutte’. Questo è ciò che penso. Credo fortemente che se ognuno di noi prima di voltare le spalle o abbassare lo sguardo pensasse che potrebbe succedere a qualcuno a cui si vuole bene, forse molte persone si potrebbero salvare e, a catena, molti fatti non accadrebbero più. Io non avrei mai potuto sopportare il rimorso di essere rimasta indifferente. Io, a modo mio, ho fatto ciò che potevo. Gli altri, forse, hanno dei rimorsi o forse no. Certo è che né io, né tantomeno le altre tre ragazze, dimenticheremo facilmente quei momenti”.

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