L’Europa di Tajani: vicina, concreta, che protegge i cittadini. I sovranisti? “Sono e resteranno divisi”

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“Bisogna tornare alla politica. Con idee, valori e progetti”. Antonio Tajani è presidente del Parlamento europeo: seduto alla scrivania del suo ufficio al 15° piano della sede di Strasburgo, trova volentieri il tempo per un’intervista con il Sir. A poco più di un mese dalle elezioni per il rinnovo dell’Euroassemblea la cronaca è pressante: Brexit (“rispettiamo le scelte degli inglesi, però uscire dall’Unione è un grave errore”), nazionalismi, problemi economici e del lavoro, migrazioni, il quadro finanziario 2021-2027 da definire, tanti dossier legislativi da portare a termine prima della fine della legislatura, la campagna elettorale che decolla… Ma soffermarsi su qualche analisi a più vasto raggio aiuta a guardare oltre. “Perché l’Unione europea non è, non può essere una macchina organizzativa – osserva –. È una comunità di valori. Che necessita di un rilancio del processo d’integrazione, di riforme, così pure di giovani e adulti che si impegnino in politica”.

Partiamo dalla politica. La campagna elettorale ormai è in corso, resta aperto il nodo-Brexit e le grandi sfide globali premono alle porte della “casa comune”. La prossima settimana (15-18 aprile) è in calendario l’ultima sessione plenaria di questa legislatura. Presidente, a che punto siamo con il cammino dell’Ue?
«A un tornante, un momento cruciale. Nel quale ci si dovrebbe rendere conto del valore fondamentale di questa casa comune per proteggere 500 milioni di cittadini dalla globalizzazione, per continuare ad assicurare i diritti di ogni persona, per sostenere le nostre economie. Nessuno dei nostri Paesi membri può competere da solo – sul piano politico, economico, commerciale – con attori del peso della Cina, dell’India, degli Stati Uniti, della Russia. Serve una famiglia europea, che protegga. E abbiamo bisogno di una Ue che proceda, nel rispetto del principio di sussidiarietà, sulla strada della difesa comune, della tutela dell’ambiente. A dispetto dei venti populisti, sostengo un’Europa politica come garanzia per il nostro presente e il nostro futuro».

Esiste un “popolo” europeo?
Ci sono forti tratti comuni – storici, culturali, spirituali – fra i popoli e gli Stati europei, dei quali peraltro vanno riconosciute e rispettate specificità e differenze. Ma tremila anni di storia hanno contribuito a plasmare il nostro continente, a delineare notevoli elementi di comunanza, il primo dei quali è il concetto di libertà. E poi le espressioni artistiche, la cultura, la musica, le cattedrali… Le stesse lingue, diverse ma spesso con radici comuni. Unità nella diversità, il motto dell’Ue, ben rappresenta questo patrimonio plurale che condividiamo e che ci arricchisce.

C’è una critica che ricorre appena si parla di Ue: è lontana dai cittadini. Cosa ne pensa?
Sono convinto che la politica debba tornare a mettere al centro la persona. E questo vale anche su scala europea. I cittadini – che come Parlamento rappresentiamo – devono essere la nostra prima preoccupazione. Una Ue che funziona, che produce risultati concreti, che è attenta alla crescita dei territori, che protegge: questo è ciò di cui abbiamo bisogno. Ed è anche la strada per far sentire le istituzioni comunitarie sempre più vicine ai cittadini.

Ma l’Ue ha bisogno di riforme, lo dicono tutti.
«Sì, è vero. Riforme che rendano questa costruzione politica più capace di rispondere alle sfide odierne. A partire da un maggior peso del Parlamento all’interno del quadro istituzionale europeo. Riforme che assegnino, ad esempio, all’Europarlamento il potere di iniziativa legislativa, oggi detenuto dalla Commissione. Ma è fondamentale avere anche un bilancio che sia in grado di portare avanti investimenti e progetti nell’ambito delle vaste competenze dell’Unione. Pensiamo al settore agricolo, alle piccole e medie imprese, alla cultura, a Erasmus+, a ricerca e innovazione, all’energia, alle risposte da fornire alle pressioni migratorie, alla sicurezza. E poi, guardando oltre le nostre frontiere, diventa sempre più necessario il fondo per lo sviluppo dell’Africa».

Le elezioni sono vicine. Quale il possibile ruolo della comunicazione per portare i cittadini alle urne?
«Un ruolo essenziale, per spiegare ciò che la stessa Unione realizza a favore dei cittadini, dei territori, delle comunità locali. Anche per questo, e affiancando il lavoro dei giornalisti, le istituzioni europee comunicano i risultati di questi cinque anni di legislatura. La campagna istituzionale #stavoltavoto e il sito what-europe-does-for-me.eu sono stati pensati in tal senso. È stata ampliata la comunicazione mediante facebook e twitter; per raggiungere i giovani si utilizza instagram. Inoltre è emerso il problema delle fake news: contrastare la disinformazione, che minaccia la nostra democrazia, con una informazione seria, ampia e credibile è un altro campo d’azione urgente».

È facile immaginare che nel prossimo emiciclo ci sia una più ampia presenza dei cosiddetti sovranisti. Riusciranno a serrare le fila per portare avanti un loro progetto alternativo di Ue oppure continueranno a essere – in quanto nazionalisti – divisi tra loro? Saranno capaci di influire sulle dinamiche politiche e legislative del Parlamento Ue?
«Io non credo che i sovranisti riusciranno a influire molto esattamente perché sono divisi; ognuno pone davanti solo gli interessi del proprio Paese, confliggendo con quelli degli altri Stati. Sarà ancora il Partito popolare europeo la forza più consistente e dominante nel prossimo Europarlamento».

Due anni e mezzo vissuti da presidente dell’Assemblea. Un primo bilancio?
«È stata un’esperienza gratificante, mi ha dato la possibilità di rappresentare mezzo miliardo di persone. Ho cercato di fare di tutto proprio per dare loro spazio, per far sentire protagonisti i cittadini. Avrà commesso degli errori, certo, nessuno è perfetto. Direi però che è stata una delle esperienze più entusiasmanti della mia vita».

Un messaggio del presidente del Parlamento europeo ai giovani che andranno a votare il 23-26 maggio?
Il primo appello è di andare a votare, perché chi è assente ha torto. Sono i giovani i protagonisti di oggi e di domani, e per essere protagonisti bisogna anche scegliere da chi vuoi essere rappresentato ed essere parte di un processo di democratizzazione delle istituzioni europee. Ci aspettiamo anche forza e un po’ di spregiudicatezza giovanile per dare vivacità al dibattito politico. Fatevi avanti – direi –, siate protagonisti.Gianni Borsa

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