Un buco nero per amico. Michelle Cuevas: la fantasia aiuta a superare il dolore di una perdita

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Come ci piacerebbe, a volte, avere per amico un buco nero che divora tutte le cose che non ci piacciono. Vorremmo che fosse in grado, prima di tutto, di far sparire il dolore, quando a tormentarci è la sofferenza acutissima per la perdita di una persona cara. Sembra strano, ma nei romanzi tutto è possibile, e così per scoprire cosa accade in una situazione tanto bizzarra basta leggere “Il fantastico viaggio di Stella” (De Agostini) della scrittrice americana Michelle Cuevas, già autrice del bellissimo “Jacques Papier” con cui ha vinto il premio Andersen. L’abbiamo incontrata alla Bologna Children Book Fair 2019 e ci siamo fatti spiegare come ha scelto di affrontare un argomento così “ostico” in un libro per ragazzi.

Come è nata l’idea di questo libro?

“Mi è venuta leggendo un articolo sui buchi neri che mi ha incuriosito molto: ho incominciato a chiedermi che cosa sarebbe accaduto se ne avessi avuto uno come amico. Tutta colpa di un titolo provocatorio di una pubblicazione della Nasa che parlava della scoperta di micro-buchi neri e diceva: “Chissà forse anche il vostro vicino di casa nasconde un buco nero come pet (animale domestico)”. Leggendolo mi sono divertita così ho creato la storia di Stella e del buco nero che ingoia tutte le cose che a lei non piacciono. Ho giocato con i nomi, la protagonista si chiama Stella anche nella versione inglese e Cosmo è il suo fratellino pestifero.
Mi interessava scrivere una storia che parlasse di come ci si riprende da un lutto, da un dolore, e nell’evoluzione dei buchi neri ho trovato tutte e cinque le fasi che gli psicologi considerano fondamentali per superare la sofferenza”.

Come si fa ad affrontare un argomento di questo tipo rivolgendosi ai lettori più giovani?

“Ho cercato di essere più onesta possibile. Avevo perso da poco il mio patrigno, a cui ero molto legata, perciò ho potuto attingere alla mia stessa esperienza. Anche per questo credo che questo libro sia molto personale. Credo che la mia vera sfida fosse quella di riuscire a combinare nella narrazione humor e tristezza, creando tra esse un certo equilibrio. Credo che il senso dell’umorismo sia fondamentale per riuscire a sopravvivere anche nelle situazioni più difficili. Ho dovuto fare questo lavoro di ricerca anche per me stessa, e nel processo di scrittura ho trovato una strada per superare il senso di perdita e il dolore che provavo mettendomi nella prospettiva dei diversi personaggi, pensando alle loro emozioni”.

Quale ruolo ha in tutto questo un amico immaginario?

“Vengo da una famiglia numerosa, ho tre fratelli e quando ero piccola era dura riuscire a trovare il mio spazio personale, capitava che mi sentissi sola, messa da parte, perché ero timida e loro invece erano vivacissimi, facevamo giochi diversi. Per questo sono stata capace di descrivere questi sentimenti di solitudine e senso di invisibilità che portano a inventarsi un amico immaginario, come Jacques Papier nel mio romanzo. Gli amici immaginari erano il mio rifugio in mezzo alla confusione, il modo in cui potevo esprimere la mia fantasia.  Verso i sei-sette anni ne avevo due: uno era una specie di dragone, l’altro aveva sembianze umane. Insieme facevamo un sacco di tea party, tutti immaginari. Anche allora mi inventavo storie e leggevo moltissimo, soprattutto libri d’avventura. Così quando sono andata al college mi è venuto spontaneo iscrivermi a scrittura creativa: era la mia vocazione, sono lieta di essere riuscita a realizzarla”.

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