Torno dove ho fatto le Medie. Luoghi, profumi, ricordi affiorano

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Come Proust nel passaggio famoso della “maddalenina”

A volte il ricordo torna, del tutto inatteso. Basta poco per farlo riaffiorare, anche dopo molto tempo. Aveva proprio ragione il grande Marcel Proust, quando, nel suo romanzo Dalla parte di Swann, racconta come una sera d’inverno, tornato a casa infreddolito, la madre del protagonista offrì al figlio un piccolo dolcetto, “uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembravano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo”. Inzuppato il dolce nel tè,  appena il palato assaporò il gusto, egli trasalì. Il solo riassaggiare quel biscotto aveva aperto la memoria di quest’uomo, che egli credeva ormai perduta.

Proust descrive questo con lo splendido stile letterario che lo caratterizza: “All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di madeleine che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio”.Ecco, io posso affermare di aver vissuto in prima persona, la scorsa settimana, l’emozione che lo scrittore francese descrive nel suo testo.

Volevo diventare medico, come papà e mamma

Mercoledì 27 marzo è in programma il ritiro quaresimale dei sacerdoti diocesani, insieme al Vescovo Francesco. Si svolge presso l’Istituto delle Figlie del Sacro Cuore, vicino allo stadio di Bergamo. È l’istituto dove ho frequentato le scuole medie, dal 1995 al 1998. Da due anni la scuola è stata chiusa. In quella scuola, da ragazzino, studiavo molto, perché “devo fare il liceo scientifico e poi il medico come mamma e papà”.

Arrivo con don Fabio all’Istituto: non faccio a tempo ad entrare e dalla portineria esce, correndomi incontro e abbracciandomi, Liliana, che lavora da decenni in portineria ed è mamma di una ragazza che era con me alle scuole medie, Mia, un anno più giovane di me, che recentemente l’ha resa nonna. Già qui, un’emozione grande.

La portineria che non vedo da circa 15 anni, con la bacheca in legno sulla quale andavo a vedere i tabelloni con le promozioni all’anno successivo. Sulla destra, il salone dove suonavamo ai saggi di chitarra classica (mamma che tensione, le mani tremavano… quanta fatica, ma che soddisfazioni!!).

Entro in chiesa, dove è sepolta la fondatrice, Santa Teresa Eustochio Verzeri, e la memoria galoppa. Le preghiere in Chiesa in Avvento e Quaresima prima delle lezioni, le confessioni, le Messe di Natale e Pasqua da preparare con suor Natalia e padre Crippa. Come fosse ieri. “Alberto, scrivi una preghiera dei fedeli e poi sali a leggerla”, “Profe, la scrivo, ma può farla leggere a qualcun altro? Mi agito a leggere in Chiesa…”; “No, ho detto che la scrivi e la leggi: coraggio, le paure si affrontano”.

Torno nella aule. Che emozione!

Ascolto la meditazione proposta da due giovani e mi fermo un po’ a pregare in chiesa, con l’aiuto del libretto che ci è stato fornito e riporta testi e preghiere belle. Poi vado da Liliana: “Liliana, posso salire nelle aule? Sono agibili? Sai, sono 21 anni che non ci entro”. Sorride. “Vai Alberto, vai”. Arrivo allo scalone, percorso centinaia di volte. Passo a fianco della sala professori e dello studio del preside, che allora era il professor Natale Merelli, recentemente scomparso più che novantenne, uomo autorevole e di cultura enciclopedica. Salgo al piano delle aule.

Il cuore batte forte. Entro nell’aula di prima media, poi di seconda, poi di terza media: tutto sembra essersi fermato. Le aule sono state tinteggiate, ma sono identiche. Salgo ancora di un piano: lì, perfino gli odori risultano famigliari.

Aula di arte: ci sono ancora su un tavolo dei disegni fatti dagli alunni di quegli anni con la professoressa Salvini. Nell’aula di musica, la pianola del professor Tonesi. Lo ricordiamo bene io e don Matteo, curato come me nella nostra diocesi, che ha studiato al Sacro Cuore prima di me e sta ripercorrendo quei luoghi proprio come me. Quanta paura, se non avevi studiato il brano col flauto!

Spingo la porta del laboratorio di scienze. Mamma mia, identico. Le vetrinette con gli strumenti e i bilancini. I vasetti, oggi vuoti, delle sostanze chimiche per gli esperimenti. Ma mi manca una cosa, chissà se c’è… forse nello stanzino sul retro. Non posso crederci! Eccolo! È lui!! È lo scheletro a misura naturale del laboratorio di scienze! Mamma mia che giocate e quante sgridate. Appena la profe si distraeva, lo abbracciavamo, facendo facce idiote, o gli mettevamo il cappello in testa, o il pennello tra i denti.

In quel mondo sono cresciuto. Un amore mi ha custodito

Scendo col cuore a mille e riprendo a pregare. È tutto uguale qui. Come quando ho lasciato queste aule, a 14 anni. Ora ne ho quasi 35. Guardo il cancello. Il nonno e la nonna a volte mi aspettavano là. Il nonno, per tenersi in esercizio, faceva i compiti di inglese della professoressa Elivia Foresti insieme a me, poi ci confrontavamo. La nonna, per più di quarant’anni maestra elementare, faceva a gara con me nel fare le espressioni di algebra. Sono passati 21 anni. Non sono medico, ho scelto di servire Dio e gli uomini in altro modo. La nonna e il nonno mi aspettano in Paradiso.

I miei compagni sono mamme, papà, professionisti, dottori di ricerca. Mi ha commosso questa visita, non solo per i ricordi che mi ha suscitato, ma perché quei luoghi, quegli odori, quell’angolo di mondo intensamente vissuto mi restituiscono l’amore che Dio ha riversato nella mia vita, attraverso tante persone. La mia madeleine  è stata la mia scuola media, il Sacro Cuore a Bergamo. Non posso che dire grazie a tutti, soprattutto al Signore. Mi ha proprio sempre voluto bene.

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