Primum vivere, deinde philosophari? Attorno alla crisi di governo

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Fare previsioni sull’esito della crisi politica – Martedì 27 agosto il Presidente Mattarella ci dirà di più – è avventuroso e inutile. D’altronde la settimana appena trascorsa è stata densa di eventi, dichiarazioni, polemiche tra e dentro i partiti, così che non manca la materia all’osservatore politico.

A parere del quale è risultato del tutto egemone, in questa partita politica d’agosto, il principio già esplicitamente invocato da Claudio Martelli e praticato avventurosamente dal PSI di Craxi dal 1976 in avanti: “Primum vivere, deindephilosophari”. L’enunciazione attribuita a Thomas Hobbes, è stata ripresa da Schopenhauer e Kierkegaard contro Hegel: rivendica il primato dell’esistere rispetto a quello della speculazione teorica.

Sopravvivere

Praticato nella politica di questi giorni, il principio sottomette contenuti, strategie, programmi massimi/minimi all’urgenza esistenziale di vivere/sopravvivere di ciascun partito, di ciascuna corrente di partito, di ciascun deputato. Alle spalle ruota un’identificazione nascosta tra la mia esistenza politica e il Bene comune, quello del Paese dei cittadini/elettori. Se vengo meno quale soggetto politico, il Bene comune è ferito irreversibilmente. Pertanto, se io difendo la mia esistenza politica, promuovo il Bene del Paese. A questo punto, si afferma l’Impero della Tattica. Mosse, contromosse, sgambetti, incoerenze ciniche, abiure, convulsioni peristaltiche non hanno più fondamento ontologico nel Bene del Paese, ma nella propria sopravvivenza. Che coincide con il Bene del Paese. L’attaccamento alle poltrone, sulle quali ciascuno dei protagonisti siede e che ciascuno rinfaccia generosamente a ciascun altro, non è niente altro che la fedeltà al Bene del Paese.

La cosa non dovrebbe scandalizzare. Il sistema politico-istituzionale parlamentare prevede esattamente questo scenario: la delega totale ai partiti, che scelgono e controllano gli eletti. La delega senza vincolo di mandato conferisce loro il diritto/dovere di decidere qual è il Bene dei cittadini. Il deputato/delegato non è lì per rappresentare il mio interesse, tampoco il suo, ma quello del Paese. Un “Bene in sé” dei cittadini è una pura astrazione. Diventa “Bene per sé” solo se consapevolmente esplicitato, elaborato, assunto dai loro rappresentanti. La contrapposizione tra Popolo e Palazzo e la denuncia di inciucio agitata come accusa bruciantda Salvini e da Di Maio contro chiunque altro – è pertanto solo indice di una cultura plebiscitaria.

Il presupposto non detto di questo meccanismo di delega è che esista un’élite che ha intelligenza e competenza in  grado di discernere  il Bene comune e di ridurre la distanza strutturale tra “Bene-in-” e “Beneper”. L’osmosi quotidiana tra rappresentati e rappresentanti, mediata dai partiti politici, consente di contenere quella distanza. O consentiva. La riduzione dei partiti a macchine elettorali, della leadership a leaderismo iperpersonalizzato o a guru-ship mistico-plebiscitaria, dell’ascolto quotidiano ad auscultazione sondaggistica, nonché l’irruzione massiccia dei social-media, che hanno fatto saltare il diaframma tra comunicazione pubblica e quella privata, tutto ciò ha aumentato la distanza tra Bene-in-sé e Bene-per-sé.

I salti mortali dei politici. Proviamo a capire

Alla crescita di tale distanza, il cui effetto può essere solo l’insorgenza di una rabbia plebiscitaria o l’ulteriore incremento dell’astensionismo, stanno contribuendo in modo massiccio i salti mortali dei leader politici in questi giorni. Salvini rompe con Di Maio per andare a elezioni subito, ma poi si mette sulla via di Canossa. Renzi, il peggior avversario dell’alleanza M5S-PD, ne diventa il più convinto assertore in nome dell’IVA; Zingaretti, il più vicino al M5S, si inventa l’ipotesi di un governo di legislatura con il M5S, nella speranza fondata che la proposta sia impraticabile e che perciò si vada a votare, così da rimettere in carreggiata la sinistra storica, dopo la sbandata liberale di Renzi. Il quale, appunto, si inventa un’alleanza con Il M5S, che non ha nessuna voglia di andare al voto…Queste contorsioni tattiche ci vengono vendute quali super-raffinate strategie.

Ma proviamo a mettere in fila gli eventi. Il Duo giallo-verde è imploso, per ragioni cogenti: Salvini rappresenta il Nord produttivo, Di Maio il Sud. Il M5S non ha classe dirigente, non ha programma, è estremamente ballerino e confuso nell’ancoraggio internazionale. Salvini vuole uscire dall’Unione europea, Di Maio non più. Insomma, non solo i programmi giustapposti nel Contratto di governo, ma i reali collegamenti internazionali e sociali hanno posto i contraenti in rotta di collisione. Oltre, si intende, al calcolo tattico determinante di Salvini di andare a elezioni per “prendere in mano il Paese”. Alcune domande: il Duo era pericoloso per il regime democratico-liberale del Paese? Certamente, non nascondeva l’intenzione di voler passare ad un regime illiberale, sia nella versione Orban sia nella versione Rousseau. Questo disegno è saltato. Ma, viene obbiettato, se Salvini ottiene le elezioni arriva al 38%, che, sommato all’eventuale 8% della Meloni, produrrebbe una maggioranza assoluta, allora diventa “pericoloso per la democrazia” e perciò deve essere fermato ad ogni costo. E’ questo un vecchio tic della sinistra storica e di quella cattolico-democristiana. De Gaulle  fu bollato come dittatore, Craxi fu denunciato da Enrico Berlinguer stesso come “pericoloso per la democrazia”, poi venne il turno di Berlusconi, ora quello di Salvini… Il quale, intanto, è già dato in calo al 31% rispetto alle elezioni europee.

Il pensare seriamente la politica non è un lusso

Ci sono ragioni sostanziali per non andare alle elezioni, ma per evitare questo passaggio più pericoloso per la Legge di Bilancio e per l’aumento dell’Iva che per la democrazia, occorre costruire un’alleanza di governo, che sia migliore di quello precedente. O il nuovo governo ha la forza di spezzare la linea di continuità con quello precedente sui temi del debito pubblico, della giustizia, dell’assistenza, della decrescita, dell’immigrazione oppure finirà per portare farina al mulino di Salvini. Accettare la diminuzione del numero dei parlamentari, ma reintroducendo il ritorno pieno al sistema proporzionale per ridurre la contrazione della rappresentanza, fa a pugni con l’intera storia culturale della sinistra, almeno dal 1992 in avanti, con l’idea del partito maggioritario, con il semi-presidenzialismo, con la battaglia referendaria del 2016, con la convinzione che l’ha guidata: che la prima riforma, madre di ogni altra, è quella del sistema politico-istituzionale del Paese.

Dal punto di vista dei cittadini-elettori si può mettere tra parentesi questa identità per una qualche indigeribile minestra di Esaù? Di fronte all’impotenza decisionale e di governo di un sistema politico tripartito, in cui nessuno dei tre è coalizzabile seriamente con l’altro, avrebbe più senso storico-politico una proposta di governo istituzionale e costituente, in cui stanno tutti e tre, che elabori la Legge di bilancio e che modifichi in breve tempo e concordemente le regole del gioco, trovandosi felicemente sotto il velo di una relativa ignoranza circa gli esiti futuri di quella modifica.

Fu, d’altronde, il tentativo di Enrico Letta, che istituì l’11 giugno 2013 una Commissione per le riforme costituzionali, poi continuato dal governo Renzi, che commise l’errore gravissimo di procedere da solo su temi che richiedono l’accordo con l’opposizione. Il pericolo più serio per la democrazia viene dalle convulsioni tattiche incomprensibili ai più, che portano non alla democrazia illiberale, ma alla separatezza crescente degli elettori rispetto alla politica e all’astensionismo.

Forse si dovrebbe rileggere il durissimo discorso che Napolitano inflisse alle Camere appena dopo la sua rielezione, il 22 aprile del 2013. Sono passati più di sei anni, il sistema dei partiti lo ha subissato di elogi e di frettoloso oblio. Senza il “philosophari”, il vivere della politica diventa incerto e senza senso.

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