L’altra faccia. Un volto diverso di Zingonia al festival “In necessità virtù”

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Foto © di Giovanni Diffidenti

Illuminare l’ombra del pregiudizio e degli stereotipi, attraverso uno sguardo diverso su Zingonia e sui suoi giovani. È l’idea che anima «L’altra faccia», installazione e narrazione per immagini ad opera del fotografo Giovanni Diffidenti, che verrà esposta all’interno di «In necessità virtù», festival promosso da Sguazzi Onlus, Centro Servizi del Volontariato (Csv) e cooperativa Il Pugno Aperto, che, anche quest’anno, dal 18 al 20 ottobre, attraverso il linguaggio artistico, si sforzerà di raccontare alcune condizioni di fragilità presenti sul territorio bergamasco.
«Tutto incomincia tempo fa, quando, ad un incontro di Medici senza frontiere, ho conosciuto Andrea Ciocca, di Sguazzi Onlus – racconta Giovanni Diffidenti, 58 anni, originario di Verdello –. Gli ho confidato che mi sarebbe piaciuto fare qualcosa per Zingonia, per riscattarla da quell’immagine cupa con cui sempre la si ritrae, ma non sapevo bene da dove cominciare. È stato lui a parlarmi di “A beautiful wave in Zingonia – Verdellino”, progetto ideato dalla onlus assieme al Comune di Verdellino e dedicato ai giovani under 25 della zona, per aiutarli a costruirsi un futuro, attraverso corsi di sport e altre attività, in nome di una cittadinanza solidale e inclusiva».

Prospettive inedite su un paese “difficile”

Dall’incontro con Ciocca inizia una collaborazione che dura un anno, in cui Diffidenti documenta una realtà diversa da quella spesso raccontata dai media. «La reputazione di Zingonia è nota e con il mio lavoro non ho voluto e non voglio nascondere i problemi che sono presenti – spiega Diffidenti, un passato come fresatore e saldatore, poi reporter di guerra –, ma, a volte, basta un poco voltare gli occhi, avere la volontà di andare oltre, così da capire come la realtà sia molto più sfaccettata e complessa di come ce la raccontano e, magari, non così nera come ce la descrivono». Una cinquantina le fotografie che, nei pressi dell’auditorium A. Gramsci di Zingonia, verranno riprodotte su alcuni pannelli, con della musica come sottofondo. «Le immagini cercheranno di raccontare i ragazzi e i giovani di Zingonia, impegnati nel progetto “A beautiful wave” e in attività come corsi di fotografia e teatro, ma anche parkour, basket e street art – illustra Diffidenti –. Zingonia, del resto, è dipinta come la località dei clandestini e dei delinquenti, ma c’è tant’altro, c’è pure una Zingonia mai vista: basta avere la volontà di fermarsi a osservare, ascoltare, parlare e riflettere. C’è anche della sofferenza nelle mie fotografie, ma sempre animata da positività, vivacità ed energia. Spero che lo sguardo con cui ho portato avanti i miei scatti possa suggerire tutto ciò». Uno sguardo, quello di Diffidenti, che parte da lontano: «A 23 anni, con poche idee in tasca, sono partito per l’Inghilterra – ricorda il fotografo –. A Londra ho fatto il lavapiatti e ho studiato l’inglese, per ricoprire, infine, il ruolo di chef in un ristorante di King’s Road. Stanco di essere sfruttato, però, mi sono poi licenziato: è stato durante il periodo della disoccupazione che mi sono interessato alla fotografia. Dopo un percorso non facile, mi sono ritrovato a lavorare in uno dei laboratori più importanti in Europa, all’epoca, per quanto riguardava lo sviluppo delle diapositive. Ho avuto modo di fare da assistente a Rolph Gobits e di lavorare con Ken Griffiths e di girare il mondo grazie alla fotografia e ai documentari che mi commissionavano: ho vissuto in Cambogia, Mozambico, Angola, Afghanistan e Kosovo. Sono rientrato in Italia nel 2001 e mi sono accorto di quanto Zingonia fosse cambiata, sia da un punto di vista delle architetture, che da un punto di vista della comunità».

Una comunità plurale e colorata

Una comunità sempre più plurale e colorata, che resiste nonostante le difficoltà di ogni giorno. «Dalle mie foto, si può notare una società intessuta da varie culture e etnie – spiega Diffidenti –, per nulla spaventata dal diverso. Al contrario, se si passeggia per il parco si può notare come le persone convivano in serenità. E questo sentire si trova, in particolar modo, fra i più giovani, fra i bambini e i ragazzi. È questo ciò di cui mi interessava parlare. Quando si accenna a Zingonia, difatti, ci si riferisce sempre e solo ad un’unica realtà, ma non è così. È logico che, come tutte le cose, anche questa località presenti un lato negativo e uno positivo, ma è anche vero che, alla fine, spetta a noi scegliere quale dei due si vuole mostrare. Io ho optato per quello luminoso e spontaneo dei giovani, impegnati nelle loro attività quotidiane: l’ho fatto per veicolare un messaggio di riscatto e speranza, così da restituire equilibrio alla narrazione che si fa di questa area». La mostra di Giovanni Diffidenti farà da cornice alla proiezione del documentario di Paolo Bonfanti e Alessandra Beltrame «La linea immaginaria» (ore 18); due ore prima, presso il parco del centro sociale Baden-Powell, andrà in scena uno spettacolo teatrale a cura di Giorgio Rossi e compagnia Sosta Palmizi.

Tanti appuntamenti per riflettere su giustizia e salute mentale

Ma «In necessità virtù» (il cui titolo, quest’anno, sarà «Forme d’arte in movimento»), si interrogherà non solo sul tema delle periferie, ma, attraverso il percorso «Sulle voci» e «Sulla giustizia», anche su quello della salute mentale e della giustizia: venerdì 18 ottobre, alle 21, presso l’oratorio di San Lupo di Bergamo, Luca Longobardi, musicista calabrese che vive a Roma, salirà sul palco per una performance audio/video dal titolo «Interferenze»; alle 16 di sabato 19 ottobre, invece, al dormitorio Galgario, alcune realtà, impegnate dentro e fuori dal carcere, si incontreranno in un dialogo aperto con il pubblico. Due ore dopo, nel cortile del dormitorio, andrà in scena lo spettacolo «Nelson» della compagnia Anfiteatro. «Siamo giunti alla settima edizione del festival e questo ci riempie di orgoglio – afferma Massimo Malanchini, coordinatore di «In necessità virtù” –. Quel che più ci preme è quello di incontrare il territorio, con le sue questioni spinose e drammatiche, e affrontarne i problemi attraverso le forme d’arte. Perché l’arte, strumento di crescita individuale e collettiva, può liberare quelle energie già presenti sul territorio, in modo, così, da superare le barriere del pregiudizio e dell’esclusione».

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