Esprimere la parte migliore di sè: la sfida di un educatore dell’oratorio Paratico

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“Io ci metto la faccia”. Facile a dirsi, un po’ meno a farsi perché quando ci si mette in gioco così non si mostra solo il proprio volto, ma tutto ciò di cui siamo fatti dalla testa ai piedi. Con quella frase si mettono pregi, difetti e caratteristiche a servizio dell’altro. Proprio come Cristian Ferrari, un giovane di vent’anni che fa l’educatore nell’oratorio di Paratico seguendo gli adolescenti. Lui dice di essere abbastanza timido inizialmente, ma adora comunicare con gli altri. Le sue passioni sono il calcio e la musica. Dopo aver terminato gli studi di ragioneria, Cristian ha scelto di far esplodere la sua creatività e la sua voglia di comunicare iscrivendosi al corso di grafica dell’Accademia di Belle Arti Santa Giulia a Brescia. È cresciuto in oratorio e, dopo aver passato un anno da “infiltrato” nel gruppo adolescenti, è diventato un educatore.

Educatore si diventa…

“Nel corso degli anni ho trovato sempre più un posto nell’oratorio – racconta Cristian -. Ho iniziato come aiuto-catechista, poi ho frequentato il gruppo adolescenti e quando sono arrivato in quinta superiore non sopportavo l’idea di farmi bastare quei pochi incontri del gruppo giovani e dunque tutte le domeniche di quell’anno le ho passate in oratorio senza essere né un educatore, né un adolescente. C’ero ed era quello l’importante”. Il suo esserci si è trasformato in un mettersi in gioco nel momento in cui il don lo ha chiamato per diventare educatore. “Qualche mese prima della maturità arriva la chiamata degli educatori e del don. ‘Ti va di venire al campo adolescenti così inizi a entrare nel gruppo educatori?’ Mai stato così felice. Nella stessa estate ho fatto anche il corso animatori a Mezzoldo. La strada era decisa, c’era solo da intraprenderla con entusiasmo e così è stato”.

Ora Cristian ha appena iniziato il secondo anno con il suo gruppo di adolescenti che quest’anno è in prima superiore. La scelta di diventare educatore, però, non è stata solo sua. “La domanda fattami dal don mi porterebbe a dire che non si sceglie di diventare educatore, ma si viene scelti. In parte è vero, ma si sceglie anche di essere educatore. Quell’anno fatto da “imbucato” nel gruppo adolescenti era, potremmo dire, una richiesta che si materializzava nelle azioni, nell’esserci fisicamente. Si sceglie di essere educatori quando al gruppo adolescenti ci si mette in gioco. Bisogna dare sempre il meglio di sé, altrimenti le qualità non possono essere valorizzate”.

Tante volte si dice ‘sii te stesso’, ma si dovrebbe dire ‘sii la parte migliore di te’. Io ho scelto di diventare educatore perché ho incontrato degli educatori che mi hanno dato tanto e dunque è nato in me un senso di responsabilità, il desiderio di raccogliere un’eredità, e a mia volta di trasmetterla agli adolescenti di oggi. Sento di aver ricevuto tanto e questo tanto in qualche modo andava donato”.

Donare tutto di sé

Quando si diventa educatori si è chiamati a giocarsi pienamente. Cristian ha coltivato la sua passione per la musica e per la comunicazione anche all’oratorio portando al gruppo nuove idee e possibili spunti. Ogni educatore porta un pezzo di sé ed è questo che lo aiuta a leggere le esigenze dei ragazzi. “Per organizzare la prima parte del cammino adolescenti, noi educatori abbiamo fatto un ritiro di due giorni a Castelletto sul Garda. Dopo aver messo giù un po’ di idee abbiamo trovato il filo rosso che le collegava tutte: ri-trovare la bussola” spiega Cristian.

“Il don ci ha detto che ha notato una sorta disorientamento degli adolescenti e dunque era interessante trovare il modo di affrontare l’argomento provando a dare ai ragazzi una cartina. Non ci sentiamo in grado di dare indicazioni come Google Maps, ma possiamo dare una mappa che li aiuti a ritrovarsi”. Dall’esigenza degli adolescenti è nato un cammino in cui gli educatori mettono a disposizione le loro capacità per accompagnare la crescita dei più giovani.

Metterci la faccia

Il cammino adolescenti fa bene sia a chi partecipa, sia a chi li organizza quindi la domanda “Perché un giovane dovrebbe fare l’educatore?” viene ribaltata. “Io mi chiedo ‘perché un giovane non dovrebbe fare l’educatore?’. Chiunque ha le capacità di essere educatore, è solo questione di far uscire questo lato di sé e lasciarlo fare. Ovvio che qualcuno è più portato, ma credo che fare l’educatore voglia dire mettersi in gioco per i più giovani. Durante i cammini si educano gli adolescenti, ma anche l’educatore stesso cresce. È un modo per vivere relazioni sempre dinamiche con gli educatori e gli adolescenti. Secondo me metterci la faccia vuol dire amare quello che si fa e fregarsene di quello che gli altri possono pensare. Metterci la faccia è buttarsi a capofitto, non aver problemi nel mostrare la parte migliore di sé”.

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