L'”effetto Bergoglio” contagia le grandi piattaforme televisive: cinque Papi sullo schermo

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Scrive Angela Calvini sul sito Avvenire.it: “I Papi sono due, anzi quattro, a bene vedere addirittura cinque. Ed hanno i volti di Jude Law e John Malkovich per The New Pope di Paolo Sorrentino per Sky, di Jonathan Pryce e Anthony Hopkins nel ruolo di Bergoglio e Ratzinger per I due Papi di Netflix. E poi c’è il vero Francesco nella biografia Il nostro Papa con Iago Garcia. C’è da perdere il conto di questi tempi di tv pre e post natalizia. Perché non c’è nulla da fare: l’effetto Bergoglio si fa sentire dal punto di vista mediatico e anche le potenti piattaforme televisive, sull’onda dell’affetto popolare nei suoi confronti e della forza della sua azione per il rinnovamento della Chiesa, hanno fiutato la tendenza da tempo”. E poi aggiunge: “Ma si tratta di una moda o di un serio tentativo di approfondire i temi della fede?”. Ecco, digiuni di serie televisive come siamo, non entreremo in questo dibattito ma però in questo caso, se proprio dovessimo esprimerci, propenderemmo per la prima ipotesi quella, cioè, che si tratterebbe di una moda e, in quanto tale, destinata prima o poi a passare (di moda) appunto. Serie tivù a parte, il grande, ma anche il piccolo schermo (“Il papa buono” miniserie in due puntate diretta da Ricky Tognazzi con l’attore inglese Bob Hoskins nei panni di Giovani XXIII o “Papa Luciani – Il sorriso di Dio”, altra miniserie tivù in due puntate firmata da Giorgio Capitani con Neri Marcorè nei panni di Papa Luciani), si è spesso occupato dei Papi. Tutto bene, quindi? Mica tanto. Perché confrontarsi con figure così carismatiche non è proprio semplice. Lo dimostra, per esempio, il fatto che il film di Ermanno Olmi “E venne un uomo” (1965), sia uno dei più deboli della sua strepitosa filmografia. Bergamasco, cattolico, cantore degli ultimi e degli umili (“L’albero degli zoccoli” su tutti), lo stesso Olmi non riesce a trovare la chiave giusta per raccontare la figura di Giovanni XXIII. Scrive Morando Morandini: «”E venne un uomo” è un passo falso, il ricorso alla figura del “mediatore” (Rod Steiger), che percorre i luoghi e gli episodi della vita di Angelo Roncalli sino all’elezione al soglio pontificio con il nome di Giovanni XXIII, si rivela un espediente drammaturgico di dubbia efficacia; l’oscillazione tra pagine documentaristiche e quelle di fiction, l’insufficienza (per qualcuno, addirittura, arretratezza rispetto al carisma innovatore del personaggio e alla novità del suo messaggio), dell’approccio storiografico provocano squilibri, guasti e una generale freddezza». Va un po’ meglio al regista polacco Krzysztof Zanussi che nel suo “Da un paese lontano” (1981) racconta la vita di Karol Wojtyla (Giovanni Paolo II). “Il film – scriveva il Sole 24 Ore – termina con la visita di Giovanni Paolo II in Polonia, nel 1979, a Cracovia, ove il Papa vestito di bianco, erompe dallo schermo e diventa visivamente il protagonista del film su una folla sterminata, diffondendo un senso di sicurezza e di pace, ove prima era ansia e sgomento”. Ma è forse più interessante soffermarci sull’impatto mediatico che ha l’attuale pontefice, Papa Bergoglio cui sono stati dedicati diversi lavori. Per esempio “Chiamatemi Francesco – Il papa della gente” di Daniele Luchetti (2015), un lavoro (centrato soprattutto sugli anni argentini del futuro papa) che non è dispiaciuto negli ambienti vaticani dove è stato definito “un film veritiero”. Così come accolto molto bene è stato il film del regista tedesco Wim Wenders, “Papa Francesco . Un uomo di parola” (2018). Come scrivevamo all’uscita del film: «“Papa Francesco – Un uomo di parola”, elude la forma del realismo spicciolo, per addentarsi nei territori di un cinema umanista che unisce la Storia e la geografia: da Plaza de Mayo a piazza San Pietro, da un paese “quasi alla fine del mondo”, alle favelas brasiliane, ai campi profughi della periferia romana, dal Congresso degli Stati Uniti, all’Assemblea delle Nazioni Unite, dal carcere di Scampia ai poveri della Bolivia. Sotto il segno di Francesco, il Santo di Assisi da cui ha preso il nome e che aveva fatto della povertà il segno distintivo di una chiesa nuova. Ascolto, povertà, attenzione all’ambiente, rifiuto della guerra: sono tanti i temi toccati da Papa Francesco in questo lavoro, compresi quelli più scomodi sui gay e gli scandali della pedofilia. Francesco ascolta e risponde con la consueta pacatezza e soprattutto con chiarezza, con fermezza e lucidità. Se Papa Giovanni è stato “il Papa buono”, Bergoglio può essere sicuramente “il Papa simpatico”: quello che esorta i genitori a giocare con i propri figli, che predica l’amore come unica soluzione, mentre dallo schermo ti guarda e sembra parlare proprio a te: con un sorriso». Presentato al Festival di Cannes, vincitore di sette Nastri d’Argento, tre David di Donatello, votato dalla rivista francese Cahiers du Cinéma come miglior film dell’anno, vogliamo tacere di “Habemus papam” (2011), di Nanni Moretti? Un film complesso, bellissimo, stratificato che continua ad interrogarci. Come scriveva Emanuele Martini su “Cineforum” «Habemus Papam non è un film sul Papa e sul Vaticano, anche se si apre con le riprese di repertorio dei funerali di Papa Wojtyla e se racconta le umane debolezze e lo spirito competitivo dei prelati attraverso la descrizione della tormentata notte in Vaticano e della loro voglia di vincere, nelle scommesse dei bookmaker inglesi, a scopone o a pallavolo. Habemus Papam è un film su tutti noi, o almeno su chi arriva a un punto della vita in cui l’anagrafe o qualche avvenimento esterno lo costringono a fare i conti con se stesso, a guardare indietro, a chiedersi cos’è diventato, cosa avrebbe voluto, cosa ancora può fare o non fare e, soprattutto, se se la sente». Volendo procedere con l’elenco non la finiremmo più (occorre almeno citare il film tedesco del 2009, “La papessa” sulla figura – mito? Leggenda? – della papessa Giovanna dell’855), oppure “In nome del Papa Re” (1977) di Luigi Magni, secondo capitolo, dopo “Nell’anno del Signore” (1969) e prima di “In nome del popolo sovrano” (1990), di una trilogia che indagava il periodo risorgimentale. Per tacere dei polpettoni alla Dan Brown dove il Vaticano, come è stato scritto, “diventa un genere cinematografico noir”. Più sobrie, agiografiche, rassicuranti le fiction televisive dedicate ai papi (come anche quelle ai santi e ai personaggi della Bibbia), un po’ più spregiudicate le versioni cinematografiche, affrontare il racconto di vite comuni che si fanno comunque straordinarie, non è impresa da poco. Poi, certo, arriva il Renzo Arbore di turno che con il suo “Il pap’occhio” (1980), spariglia completamente le carte. Scriveva a suo tempo la rivista Segnalazioni cinematografiche (vol. 89, 1980): «’Il Pap’occhio’ è, in primo luogo, uno spettacolo cabarettistico che non si regge da nessuno dei profili sotto i quali può venire esaminato da una pacata critica cinematografica. Le tecniche di ripresa sono dilettantistiche: fotografia pessima, montaggio inesistente, misura dei tempi sempre sballata, recitazioni burattinesche, esistenza e rispetto di un copione nulli. I numeri di cui si compone lo spettacolo in gran parte sono ‘non attinenti al tema’, tali da ingenerare il facile sospetto che si tratti di un materiale pigramente tratto da idee giacenti in un generico cassetto e in attesa di una collocazione. E’ da riconoscere, tuttavia, che se qualche scena strappa uno sporadico sorriso, è proprio di quelle appartenenti a questo bavaglio ‘fuori sacco’. In quanto poi ai numeri che si possono chiamare ‘attinenti al presupposto narrativo’, essi sono quanto meno dozzinali, privi di estro in se stessi oltre che proposti con una faciloneria da farsa goliardica».

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