Padre Luigi Bonalumi, per vent’anni missionario da Bergamo a Hong Kong: sulla frontiera tra Oriente e Occidente

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Nel sud della Cina, incastonata tra il delta del Fiume delle Perle e il Mar Cinese Meridionale, sorge Hong Kong.  Colonia britannica fino al 1997, e da allora territorio formalmente appartenente alla Repubblica Popolare Cinese, è di fatto una regione amministrativa a statuto speciale: una sorta di zona franca, non democratica, ma comunque libera. In base al principio “Una Cina, due sistemi” Hong Kong possiede, infatti, un modello politico ibrido: la Hong Kong Basic Law, la mini costituzione concordata da Cina e Gran Bretagna, stabilisce che la regione goda di un alto grado di autonomia in tutti gli aspetti, tranne che nelle relazioni estere e nella difesa militare.

In anni recenti, Hong Kong, forte del suo particolare statuto, è riuscita a prosperare, attestandosi come uno dei centri finanziari più importanti a livello internazionale. Ma anche, sul piano religioso, come la più grande diocesi cinese al mondo. A queste latitudini, infatti, l’influenza cattolica non era poi così peregrina, a causa degli ampi flussi di evangelizzazione missionaria. Nel 1858, il primo membro del P.I.M.E. raggiunse Hong Kong: il suo nome era Paolo Reina. Da allora, oltre 200 missionari dell’Istituto ne hanno ripercorso le orme, impegnandosi per creare, nella regione, comunità cristiane, istituire parrocchie, favorire l’educazione e la formazione della componente locale, operare attraverso i servizi sociali e compiere azioni caritatevoli.

Padre Luigi Bonalumi, religioso bergamasco, è uno di loro: classe ’56 di Mapello, ha passato oltre vent’anni di missione nell’ex protettorato britannico. Dal 1989 al 2001 e poi, dopo un periodo a Roma come vicario generale del suo Istituto, dal 2006 al 2017: attualmente è il rettore del Seminario teologico internazionale del P.I.M.E. a Monza.

«Sono arrivato a Hong Kong per la prima volta nel 1989 – racconta padre Luigi -. In missione mi sono sempre dedicato all’impegno pastorale, principalmente nelle parrocchie di Tsing Yih e Tai Po. La prima sorge su di un isola, nella zona dell’aeroporto; la seconda, invece, si trova più a nord, al confine con la Cina continentale. È stata un’esperienza umana e cristiana molto bella. Arrivare in un Paese straniero, con una cultura così ricca come quella cinese, ma con la particolarità, dettata dal passato coloniale di Hong Kong, di un luogo che è anche incontro con l’Occidente, i suoi valori e la sua tradizione. Lo zoccolo duro della società, però, rimane indubbiamente legato alla Cina: per la lingua, il modo di pensare, la mentalità».

Seppur apparentemente lontana dalla logica cristiana, la gente di Hong Kong si è mostrata, a detta di padre Luigi, interessata a conoscere il Vangelo. «L’incontro con la Chiesa e con il Signore Gesù porta una nuova vita, piena e libera: le persone del luogo, gradualmente, si sono avvicinate a noi missionari con l’intenzione di ascoltarci. Essere accolto da questa gente è qualcosa di unico, che va oltre le difficoltà iniziali. La fatica dell’imparare la loro lingua o del capire al meglio i costumi, usi e proverbi del luogo è stata ricompensata ampiamente dall’amicizia, solidarietà e fratellanza che si è instaurata con queste persone. In Cina si usa dire: “Quando ti fai un amico, te lo fai per sempre”. Ed è davvero così: l’amicizia, infatti, è uno dei valori principali della cultura confuciana».

Inutile stupirsi, quindi, di come la presenza del P.I.M.E. abbia attecchito in questo contesto: dal 1969, l’Istituto aiuta la diocesi locale nel processo di evangelizzazione e servizio sociale, ed i suoi i missionari, diversi dei quali bergamaschi, si impegnano nella pastorale e nel lavoro di educatori in scuole e parrocchie, sempre in stretta collaborazione con religiosi e laici del luogo.

«L’influenza della Chiesa a Hong Kong è profonda, contrariamente a quanto si possa pensare – rileva padre Luigi -. La maggioranza della classe dirigente, ad esempio, pur non essendo cristiana, ha studiato nelle nostre scuole. E, per quanto riguarda le posizioni chiave all’interno della società, diversi sono i cattolici che ricoprono alte cariche lavorative. Inoltre, ogni anno, circa 3000 adulti chiedono il battesimo: è una delle percentuali di catecumeni più alte dell’Asia. Ciò deve dare grande speranza, anche per il futuro dell’evangelizzazione in Oriente».

Da alcuni mesi, però, l’ex colonia britannica di Hong Kong è in fermento, a causa di proteste di massa e manifestazioni contro il governo centrale di Pechino. Prima l’opposizione ad una legge sull’estradizione forzata in Cina; poi, con il passare del tempo, la richiesta di più democrazia. Il momento storico che Hong Kong sta vivendo è davvero delicato.

«Ovvio, noi missionari a Hong Kong non dobbiamo occuparci, primariamente, della salute o della scolarizzazione degli abitanti – dice padre Luigi -. Siamo in una parte di Cina modernissima e all’avanguardia, con uno degli standard di vita più alti al mondo. Anche qua, però, serve portare la speranza del Vangelo puro, che dà senso alla vita e alle relazioni umane, e promuovere la ricerca del bene comune, fondato sul fatto che siamo tutti fratelli. A Hong Kong, la Basic Law, la mini costituzione concordata tra Cina e Inghilterra, tutela le principali libertà civili; non si può dire altrettanto, però, di quelle politiche: la gente, infatti, non riesce a esprimere la propria opinione e tramutarla in voto. Proprio da ciò nascono le proteste, che vanno a mettere in crisi il modello di una società granitica. Manifestare vuole anche dire partecipare del bene comune e sono fermamente convinto che dal risultato di queste mobilitazioni di strada dipenderà molto: c’è in gioco tanto. Per il futuro di Hong Kong, della Cina e dell’evangelizzazione cristiana in Estremo Oriente».

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