Enzo Bianchi accusa la Chiesa italiana. Il Coronavirus, il monaco, i parroci

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Foto: Enzo Bianchi, fondatore del monastero di Bose

Lunedì 16, ore 9 e tre minuti. Arriva un messaggio dalla Curia. “Affidiamo a Cristo Buon Pastore l’anima di don Giuseppe Berardelli. Esequie in forma privata”. È il settimo prete, se non ho perso il conto, che muore in questa settimana. Conoscevo bene don Giuseppe. Era parroco di Casnigo.

L’accusa di Enzo Bianchi alla Chiesa italiana

Mentre mi prende l’angoscia per l’ennesima notizia tragica, leggo “Repubblica” e incappo nell’articolo di Enzo Bianchi. Il fondatore di Bose rimprovera alla Chiesa italiana di aver adottato per le comunità cristiane le stesse disposizioni adottate dalle autorità politiche. Rimpiange che in quelle disposizioni manchino le preoccupazioni pastorali e cristiane dettate dal Vangelo: “compassione, urgenza della cura e della vicinanza ai malati”. Rimprovera ai vescovi di aver sospeso le celebrazioni liturgiche, ricorda che la liturgia è sempre “azione di tutta la comunità, senza surrogati”. Il surrogato, evidentemente, è la messa “privata” senza partecipazione di popolo, come raccomandato dai vescovi finché dura l’epidemia. E conclude: “Se la Chiesa non sa essere presente alla nascita e alla morte delle persone, come potrà mai esserlo nella loro vita? Pastori salariati meno disposti alla cura dei fedeli e dei loro bisogni spirituali rispetto a medici e infermieri del corpo?”.

I “pastori salariati” e il monaco

Enzo Bianchi è un monaco. I monaci, spesso – non sempre e non tutti, per fortuna – pensano che il mondo è buono se è monacale. I preti “salariati” come li definisce sarcasticamente Enzo Bianchi hanno il dovere di impedire il diffondersi dell’epidemia anche perché sono cittadini come tutti gli altri e rispettano non solo la loro salute ma quella dei loro parrocchiani. I “preti salariati” non sono lontani dalla loro gente solo perché devono stare fisicamente lontani nei giorni dell’epidemia. Va ricordato che quando la Chiesa pretende di comportarsi in maniera difforme rispetto a tutti gli altri è una chiesa clericale e non lo è di meno solo perché la raccomandazione a essere diversa piove dalla solitudine di un monastero. La Chiesa italiana è lontana dalla gente, dice Enzo Bianchi. Ma Enzo Bianchi è lontano dalla Chiesa.

Il monaco e il parroco

Oltretutto, vivere in una parrocchia, vuol dire coltivare la vicinanza alla gente sempre e non solo nelle liturgie. E la vicinanza la si può coltivare in molti modi, in questi giorni di prova, in attesa di poterla vivere in pienezza, tra non molto.

Immagino che se Enzo Bianchi fosse parroco di Nembro avrebbe celebrato tutti i funerali: 70 in dodici giorni. Sarei curioso di sapere come se la sarebbe cavata. Ma Enzo Bianchi non vive a Bergamo e non è parroco. E lo si vede.

P.S. Enzo Bianchi cita l’esortazione del Papa che ha raccomandato di riaprire le chiese e di stare vicino a chi soffre. Il Papa non dice che bisogna celebrare messe e funerali con la presenza di fedeli, non dice che bisogna disobbedire alle autorità civili e religiose e non precisa neppure come stare vicini a chi soffre.

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1 commento

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    Dopo aver letto l’articolo, sono andata a rileggere il testo integrale che E.Bianchi aveva pubblicato il giorno 12 marzo e che poi, come avviene sempre per i suoi articoli pubblicato il 15 su Repubblica; articoli che immagino vengano compensati da denaro! debbo dire che la mia prima sensazione è stata di vera sorpresa, essendo sua “ascoltatrice” alle sue riflessioni, quale “fondatore ed ideatore” della Comunità di Bose! “nessuna polemica e nessuna certezza” dice nel testo, che però cade in accusa vera e propria, nelle parole seguenti! Spesso anch’io mi ritrovo nell’ essere provocatoria nelle mie esternazioni, nella speranza che ciascuno di noi possa contribuire alla crescita culturale però, forse in altri tempi, ciò che viene da lui detto ora, avrebbe dato un maggior contributo alla crescita morale delle comunità cattoliche, ma in questo momento, le sue asserzioni di “paure” che la Chiesa ha assunto, forse è fuori luogo! Stiamo tutti attraversando il nostro “deserto” e solo alla fine della quarantena, potremo gioire chiedendo “pane e vino” che spiritualmente abbiamo ricevuto durante tutto il passaggio nelle aride sabbie, finendo un “digiuno” che senz’altro, renderà tutti diversi!

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