Una carezza al tempo del Coronavirus. Un prete a medici e infermieri: se assisti un morente…

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Carissimo
in questi giorni stai facendo un lavoro preziosissimo. E ti dico grazie e ti sostengo con la mia preghiera. Noi preti non possiamo essere vicino agli ammalati, ma tu sì. Ti chiedo una cortesia: se assisti un morente o stai vicino a un malato solo e senti che ha il desiderio di Dio nel suo cuore, puoi fare un semplice segno di croce sulla sua fronte, oppure dire un Padre Nostro o un’Ave Maria con lui. Non avere vergogna di fare questo e nemmeno timore (lo ha suggerito anche il nostro vescovo di Bergamo). E’ una cosa semplice ma che può davvero aiutare, insieme alla tua professionalità, i nostri ammalati. Io prego per te e ti ringrazio tanto.

don Giulio

Così ha scritto don Giulio Albani, prete amico e parroco di Mozzo, in un messaggio rivolto a medici e operatori sanitari. Parole che hanno toccato moltissimi e che sono rimbalzate in rete con forza. Perché ciò che stiamo vivendo in queste settimane infrange equilibri e silenzi con cui collettivamente abbiamo finora vissuto e ritualizzato il grande tabù della morte.

La morte riconquista la scena e le campane non suonano più

Ciascuno di noi ha persone amiche o conosciute toccate dal virus. Molte a casa in isolamento, diversi in terapia intensiva, alcuni morti. Come se la morte uscisse prepotentemente dall’anonimato in cui l’avevamo rinchiusa e prendesse forma evidente nei volti e nei corpi. Lo era anche prima, perché altro non può essere, ma tutto pareva confinato nella sfera personale e privata. Ora invece è dentro, suo malgrado, in una rappresentazione pubblica di cui le numerose pagine de L’Eco con decine e decine di defunti (178 solo ieri, mercoledì 18 marzo!) sono l’esposizione quotidiana. Tutto questo – ed è un paradosso – accompagnato dall’isolamento di chi muore solo, in corsia, senza il conforto di uno sguardo amico.

Ma anche per chi muore in casa la situazione non è più facile. Proprio stamattina mi raggiunge un messaggio di un amica marchigiana che mi scrive: “ieri è morto un mio carissimo amico di Pesaro sempre a causa del Coronavirus. Sua moglie da sola col cadavere del marito in casa e nessuno che poteva entrare… agghiacciante!” E Mario Calabresi, nel suo magnifico blog (www.mariocalabresi.com), raccontando la storia di queste settimane di Nembro attraverso le parole di don Matteo titola così il suo pezzo: “Nel paese dove le campane non suonano più”. «Abbiamo deciso di non farlo più da quel sabato, il giorno dei quattro funerali; avrebbe significato riempire l’aria con quei lugubri rintocchi per tutta la giornata e sarebbe stata un’angoscia insopportabile per la popolazione. Abbiamo pensato fosse meglio lasciar perdere».

La porta del morto e la morte proibita

Nel tempo in cui erano possibili le passeggiate per Città Alta, passando per via Rocca e per via Solata capitava di vedere la “porta del morto”. Era una tipica struttura delle abitazioni medievali, posta accanto alla porta di ingresso principale che si distingueva oltre che per la sua forma piccola e stretta anche per la sua collocazione rialzata al piano stradale. L’usanza medievale era di far passare la bara, con il corpo con i piedi in avanti,  dalla porta più stretta perché lo spirito del morto potesse rimanere dentro la casa. Ce lo ha raccontato, in quel saggio che è stato illuminante per molti di noi, Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente (Laterza). Dove spiega che progressivamente siamo passati dalla morte addomesticata alla morte eroica fino ad arrivare alla morte proibita di oggi.

La società contemporanea (e Aries scrive il testo nel 1975!) non vuole vedere la morte e non vuole parlare della paura che essa suscita, perché alla fine la morte è la prova “oggettiva” della sconfitta di quel messianismo terreno che la società dei consumi intende realizzare. L’individuo viene defraudato di quell’intimo momento che avviene nel luogo in cui vi è l’esalazione dell’ultimo respiro. Oggi la morte, sostiene lo storico francese, non è altro che un processo che avviene attraverso l’interruzione delle cure, decisa dall’equipe ospedaliera o dal medico. Nella società, sia urbana che industriale, si è persa la capacità di vivere virtualmente la morte, che viene inserita invece ed accettata in una logica “pornografica”, attraverso rappresentazioni macabre. La morte viene vista come spettacolo o respinta con meccanismi di rimozione e tabuizzazione un tempo riservati al sesso: “La morte – conclude il grande medievalista – ha preso il posto del sesso, come nuovo tabù della nostra epoca”.

Vivere piccole carezze

Avremo tempo di ragionare attorno a questi temi e di riportarli dentro la riflessione pubblica perché, se pure a volte lo dimentichiamo, essi intrecciano prepotentemente vita e morte. Che non sono mai separati. Anche noi cristiani saremo chiamati a fare la nostra parte cercando, senza arroganze, di dare forma evangelica alle esperienze fondamentali della vita, mostrandoci capaci, più di quanto abbiamo fatto sinora, che il vangelo è occasione di elaborazione di senso. Per tutti, credenti e non credenti. Perché – lo abbiamo scritto più volte – la vita cristiana se non è vita non è neanche cristiana.

Ora, nell’immediato, si tratta di vivere piccoli gesti, piccole carezze.
Don Giulio ne ha indicato uno. Gliene siamo grati.

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