Diritto alla privacy e libertà dell’educazione: il caso di Trento, gli steccati inutili

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La pietra dello scandalo questa volta è Trento, città del Concilio. Il “fattaccio” avviene all’Istituto scolastico Sacro Cuore (scuola parificata con materna, elementari, medie inferiori e superiori, un migliaio di alunni) a due passi dalla cattedrale, nel cuore del centro storico. Finisce l’anno, scadono i contratti dei docenti precari. Una di loro, che da diversi anni lavora nella scuola, con soddisfazione e buoni riscontri, viene chiamata (ad anno finito e contratto scaduto) dalla madre superiora che le chiede chiarimenti su voci che circolano sulla sua presunta omosessualità. L’insegnante reagisce male e si affretta a denunciare politicamente l’accaduto (ai comitati Tsipras). Si solleva un gran polverone, intervengono i media nazionali. La notizia circola così, perlomeno forzata: “licenziata perché lesbica”. Interviene anche il governo: il ministro Giannini manda a Trento gli ispettori per indagare. Molto rumore per nulla, direbbe William Shakespeare. Con l’aggravante che il rumore consegna temi delicati come l’educazione a facili posizioni estremiste, e fa crescere nuovi steccati invece di abbatterli, che è invece il lavoro vero, quotidiano, di chi è chiamato a formare ragazzi e giovani, con tutte le fatiche che già porta con sé l’amalgama variegato e complesso della società contemporanea.

Il vescovo di Trento monsignor Luigi Bressan, con un passato da diplomatico, come raccontano i colleghi del settimanale locale “Vita trentina”, ha ricordato alla radio diocesana Trentino InBlu il documento della Santa Sede del 1975 che condanna “la discriminazione nei confronti delle persone che hanno orientamento sessuale differenziato”. E ha poi richiamato alla moderazione: la scuola cattolica, ha ricordato, ha una sua identità. “L’insegnante ne deve assumere il progetto portandolo avanti con la parola, la professionalità e con la testimonianza di vita. Informare un insegnante che ci sono delle voci, questo la preside può farlo. Ma io non ho alcun elemento per giudicare l’insegnante. Dipende se la pratica dell’omosessualità è testimoniata anche a scuola questo può creare della confusione, se è solo tendenza è diverso. E questo perché la tendenza, l’intenzionalità non si può giudicare”.

Ai media non sembra vero: via al linciaggio delle scuole cattoliche, bigotte e discriminatorie, per di più colpevoli di “prendere i soldi dello Stato”. Ma, anche dando per buono quanto accaduto, ancora da chiarire nei dettagli, ci sembra doveroso sottolineare che sono sempre almeno due i diritti in gioco in questa disputa: quello, sacrosanto, ad avere una vita privata, che non influisca sulle opportunità professionali, come è sancito dall’articolo 3 della Costituzione, e quello del progetto educativo della scuola, condiviso dalle famiglie e dai ragazzi iscritti. Ci sembra corretto dire che questi diritti hanno pari dignità: chiede rispetto e accoglienza la persona in quanto tale, nella sua interezza. Chiedono rispetto anche le famiglie, i ragazzi, il patto che è stato stretto al momento dell’iscrizione e che prevede fiducia reciproca, trasparenza, la certezza di un’educazione conforme ai valori, che se vogliamo dirlo in un modo prosaico, fra l’altro, “è ciò per cui il cliente paga”, anche a prezzo di grandi sacrifici (le scuole paritarie non le scelgono solo i ricchi, e la possibilità di sceglierle viene egualmente garantita sempre dallo stesso articolo 3 della Costituzione). I due diritti entrano in conflitto nel momento in cui, entrambi, sfuggono a una posizione di equilibrio. Per esempio quando l’orientamento sessuale viene inutilmente ed esageratamente ostentato, anche nel contesto scolastico (anche nella scuola statale ci sembrerebbe quantomeno sconveniente se gli insegnanti parlassero esplicitamente delle proprie preferenze e relazioni personali ai ragazzi, non è il posto e il momento. Ma scherziamo? Se dall’altra parte ci si scandalizza se un insegnante dice una preghiera o propone di fare il presepe…). O all’opposto, altrettanto grave, quando si decide del destino di una persona e delle sue possibilità di conservare un posto di lavoro in base a non precisate “voci” sulla sua vita privata. Non sappiamo se queste condizioni si siano effettivamente verificate. Nell’incertezza, ci sembra comunque che questa situazione denunci prima di tutto, ancora una volta, le difficoltà occupazionali che affliggono il Paese, e in particolare la bistrattata categoria degli insegnanti, che sia nelle scuole statali sia in quelle paritarie ormai si trasformano spesso in precari a vita, in balia degli umori politici del momento (abilitazioni, concorsi, specializzazioni, tirocini, tutto da rifare ogni volta che qualcuno decide di cambiare le regole), quindi deboli e frustrati. Fino al punto che per conservarsi – o guadagnarsi – un posto i docenti precari si sentono pronti a qualunque sforzo. E dall’altro questo “caso” conferma la tendenza pericolosa e scorretta del “circo mediatico” nazionale a un uso strumentale delle notizie, che non si cura tanto di aprire un serio dibattito, quanto di alimentare lo scontento popolare, dandogli possibilmente anche un preciso indirizzo politico-culturale. Si scontrano gli estremismi, i radicali di entrambe le parti, e fanno crescere nuovi steccati, mentre le strade di dialogo languono. A farne le spese, alla fine, ci sembra proprio l’educazione, in un clima generale che sembra privilegiare tutto fuorché un’autentica libertà di espressione, la possibilità di crescere in modo armonioso, di imparare a confrontarsi positivamente con la diversità, di sentirsi parte di una comunità e condividerne i valori, di trovare strade nuove per mettere in relazione idee e necessità alternative. E poi ci sorprendiamo che il 26% dei giovani tra i 15 e i 29 anni restino tagliati fuori tanto dalla scuola quanto dal mondo del lavoro, infelici e intrappolati nel presente. A loro dedichiamo il nostro dossier.

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