Quel giorno che siamo partiti. Emigrazione di ieri e immigrazione di oggi

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«Ricordatevi sempre che le parole insultanti che rivolgono gli stranieri a voi, perché italiani, sono frutto d’invidia! Sappiate che il lavoro italiano, come ha creata la ricchezza dell’america meridionale, ha compiute le più grandi, le più meravigliose costruzioni d’Europa. E’ con vero orgoglio che dovete e potete dire ovunque: sono italiano! Perché non è il denaro soltanto che fa grandi le nazioni ed i popoli, ma anche l’ingegno, la virtù e il lavoro. E Dante, che seppe le dure croste del pane altrui e che compose il Divino Poema, ci insegna che si può essere miseri e grandi».
Mi sono imbattuto nella riproduzione anastatica del “Vademecum dell’emigrante” pubblicato dal Centro Studi Valle Imagna, una realtà culturale ed editoriale che meriterebbe di essere conosciuta in modo più approfondito.

Il testo è singolarissimo. Si trattava infatti di una guida per quanti, dalle nostre valli, prendevano la decisione di emigrare nei paesi di lingua tedesca. A curare il testo originale fu il Comitato della Società Dante Alighieri di San Pellegrino. Quello che mi ha impressionato è la data di pubblicazione: 1911.

Più di cento anni fa, quando dalle nostre parti emigrare era un fatto all’ordine del giorno, che non destava più sorprese tra la popolazione ed era per molti una soluzione quasi scontata, di fronte alle tante difficoltà economiche, come un evento comune e generalizzato nella prospettiva futura di molti valligiani, anche nei paesi di montagna, in queste valli alpine e prealpine, si producevano guide e strumenti operativi, con l’obiettivo di facilitare l’espatrio dei lavoratori. Il bacino idrografico della Valle Brembana, con i vari affluenti minori delle valli laterali, che lo rafforzano e ramificano a occidente e a oriente (Taleggio, Brembilla, Imagna, Serina…), ha fatto da culla a migliaia di emigranti e di persone che nascevano e vivevano con poco, sino alla prima età da lavoro fuori casa, la quale si faceva presto avanti non oltre la terza o la quarta classe elementare, quando i ragazzi si trovavano improvvisamente a preparare la loro prima valigia (o meglio, la cassetta di legno o il semplice fagotto), in partenza non solo per Francia, ma anche per Svizzera e Belgio, assieme al papà, il nonno, lo zio. Emigrare, ancora sino ai più recenti anni Sessanta, era in terra bergamasca come una legge di natura, una sorta di traversia obbligatoria per i più: alcuni, poi, fecero ritorno, ma la maggioranza si stabilì definitivamente nella nuova terra adottiva. A tutte queste persone, quelli della “Dante” di San Pellegrino auguravano ogni fortuna, una salute di ferro, cuore generoso, ma soprattutto serietà e costanza di propositi. Il Vademecum rappresenta, infatti, anche una formidabile espressione del contesto economico e culturale valligiano di un tempo e dei valori portanti delle comunità paesane del primo Novecento sulla montagna orobica, la cui linfa vitale era costituita da alcuni elementi fondanti quei gruppi, quali la famiglia, il lavoro della terra (nei prati, ma anche sui cantieri, nelle cave e nei boschi), alcune regole di comportamento, che traevano fondamento da solidi convincimenti religiosi. In un contesto di forte radicamento dell’individuo nella sua famiglia, ma pure alla terra e al paese di provenienza, l’emigrazione era un fatto doloroso, poichè tanto per chi partiva, quanto per chi restava, emigrare era una decisione scontata ma ugualmente sofferta. Oltrepassare i Ponti di Sedrina (per quanti scendevano dai villaggi della Valle Brembana) e quello di Almenno (per i valdimagnini), per chi si apprestava ad un lungo viaggio significava uscire fisicamente dal proprio ambiente naturale, per avvicinarsi a realtà nuove ed estranee. Le prime pagine del volumetto contengono infatti alcune esortazioni per un atteggiamento disincantato nei confronti dell’emigrazione, con l’invito a mettere al bando facili aspettative: «Prima di decidervi pensateci bene e non vi fate delle illusioni. Colui che trova del lavoro nel suo paese, non vada all’estero: meglio due in casa propria che quattro in casa d’altri. Non decidetevi alla partenza, se non avete la sicurezza di trovar lavoro; se non avete qualche conoscenza della lingua del paese ove andrete; se non avete compiuto quattordici anni almeno. Ma soprattutto: Non decidetevi a partire se non siete sicuri di avere, oltre i danari del viaggio, qualche altro soldo di scorta, per non trovarvi a chiedere la elemosina. Non partite mai per paesi ove sono dichiarati degli scioperi degli operai del vostro mestiere. Non assumete lavori a cottimo, finchè potete; e nei contratti a tempo determinato siate guardinghi, perché non vi siano tranelli.”

Seguono altre indicazioni per curare, prima di partire, gli affari in patria, così da non essere poi esposti a danni o a spese maggiori; ulteriori informazioni di dettaglio vengono offerte per ottenere facilmente il passaporto e le riduzioni ferroviarie. Accanto agli utili consigli per il viaggio (che, nel 1911, era certamente un’impresa da pionieri), su come confezionare i bagagli e circa il comportamento da assumere alla dogana, ci sono poi innumerevoli altre minuziose informazioni. Illustra, ad esempio, le agevolazioni ferroviarie della “terza classe”, come se le prime due non esistessero, certamente non per quei boscaioli che, al ritorno dalla Svizzera, anche la terza classe era un lusso e, per risparmiare qualche centesimo, il viaggio lo facevano anche sui carri bestiame, pure in piedi ed esposti ai quattro venti, quando non accovacciati sulla loro cassetta di legno. Gli emigranti venivano poi messi in guardia dai “ladri all’americana”, che potevano incontrare durante il viaggio: «Non fidatevi di nessuno; non consegnate e non ricevete in custodia denari da chichessia: spesso, troppo spesso queste profferte nascondono imbrogli. State attenti specialmente nelle stazioni nelle quali vi dovete fermare. Nelle stazioni fanno le loro grandi manovre i ladri… all’americana. Essi vi offrono i loro servigi, si fingono vostri compaesani, vostri amici, vi promettono grandi ribassi e poi vi portano via quel poco che avete». Arrivati infine a destinazione, l’invito era quello di non abbassare la guardia, specialmente in terra straniera. Il rispetto e la sottomissione alle nuove regole, la necessità di lavorare assiduamente, l’esigenza di risparmiare… sono alcuni dei capisaldi contenuti nelle esortazioni.

Insomma, più di cento anni fa eravamo un popolo di emigranti. Ora ci troviamo ad essere un Paese di immigrati. La questione è complessa e presenta molte sfaccettature. Non dimentichiamo però troppo presto che, un giorno non troppo lontano, dalle nostre parti, sono partiti in tanti, diretti in molte parti del mondo.

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1 commento

  1. silvana messori on

    a guardare questa foto, mi si stringe il cuore… immigrazione in Italia, ma molto più frequentemente… anche emigrazione .. : c’è la stessa sofferenza… nel vedere partire un tuo figlio, anche se in condizioni diverse, sia di viaggio che di cultura…oggi. Nota che desidero far conoscere e che riguarda mio nonno, sempre più di 100 anni fa, nelle terre, lo stesso povere, del Friuli: Egli sapeva 7 lingue.. e per questo .. si era messo a disposizione dei tanti che partivano per le più svariate località europee, oltre che “oltre oceano”, senza che conoscessero la lingua, ne, se, una volta là, vi era un lavoro! Egli, si occupava, non sono nell’accompagnamento, ma anche nel redigere eventuali contratti di lavoro, affinché essi non fossero in oltre modo “sfruttati” o maltrattati.: non sono più tornati indietro… e con grande soddisfazione i loro figli, in occasione del terremoto del ’76, furono i primi che tornarono nelle loro terre di origine, portando il loro contributo nella ricostruzione delle antiche abitazioni dei loro avi!

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