Sharing economy: condividere e noleggiare fa crescere il valore degli oggetti

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Sono in molti a dire che l’economia sta cambiando: la condivisione, in inglese “sharing”, sta diventando più importante. Dietro questo fenomeno di ordine “pratico” e commerciale c’è in atto un cambiamento culturale di portata “rivoluzionaria”, riconosciuto anche dagli esperti di marketing: da un sistema fondato sul possesso a un altro basato sull’uso. E’ ancora, lo sappiamo, un fenomeno di nicchia, ma una ricerca di Ipsos, commissionata da Airbnb e BlaBlaCar (due piattaforme commerciali online di “sharing”, la prima per la condivisione di case, la seconda per i viaggi in auto) rivela che il 75% del campione ne ha sentito almeno parlare. Il 67% lo identifica con beni e servizi (ride sharing, cioè condivisione di spostamenti, condivisione della propria casa, bike sharing, ovvero condivisione di biciclette), mentre il 21% lo associa a un vantaggio economico. «La maggior parte delle persone – chiarisce Fabio Era, senior researcher di Ipsos – ha una piena disponibilità a sperimentare questo tipo di economia. E si sta diffondendo la consapevolezza che condividere beni, oggetti e immobili moltiplica il loro valore d’uso. E’ un modo per integrare il reddito, prezioso in tempi difficili come questi». Solo il 27% si è dimostrato poco interessato a sperimentare attività, iniziative e servizi legati alla sharing economy. Ormai è chiaro a tutti che la crisi economica che sta interessando da anni il nostro Paese ha spinto gli italiani a cambiare abitudini di consumo, ridimensionando le spese: lo ammette apertamente ben l’86% del campione della ricerca Ipsos. E questo ha stimolato le persone a cercare nuovi modi, anche creativi, per risparmiare. Allo stesso tempo, però, è la mentalità che cambia. «Sta crescendo – continua Rea – la dimensione della socialità, dell’innovazione e dell’etica. La sharing economy stessa se non vuole essere associata rigidamente alla crisi: continuerà ad avere un senso anche quando riusciremo ad uscirne». Sono molte le forme in cui la sharing economy si esprime, e ognuna mostra una “faccia” diversa di questo fenomeno, diverse motivazioni, diversi livelli di coinvolgimento. Ne mostriamo alcuni in questo dossier, parleremo di altri in un secondo approfondimento (il tema lo merita). Accanto ai più conosciuti bike sharing (le bici a noleggio sono ormai fornite direttamente da diverse amministrazioni comunali in apposite stazioni di interscambio) e car sharing, ecco la condivisione di abitazioni, in particolare per le vacanze, e perfino degli spazi e delle attrezzature di lavoro (co-working), settori destinati a crescere molto. Ne sono convinti oltre la metà degli intervistati nella ricerca Ipsos.

CHI USA LA SHARING ECONOMY?

L’economia della condivisione coinvolge un po’ tutti: quelli che hanno semplicemente bisogno di risparmiare, nella ricerca gli “anonimi” e i “pragmatici” che cercano la stabilità; quelli che vogliono sperimentare qualcosa di nuovo, gli avventurieri e i sociali che mirano a una crescita a livello sociale; e poi chi ha convinzioni etiche spiccate, che puntano ai valori: gli “educatori” e i “valoriali”, ai quali importano la responsabilità sociale e la sostenibilità ambientale. Condividere vuol dire prima di tutto essere disposti a creare e coltivare relazioni, uscire dal recinto e dall’orizzonte limitato delle mura di casa. Vuol dire dare più valore alle risorse che si hanno e cercare di capire se si può offrire qualcosa che può essere utile agli altri (anche solo il proprio tempo, che si può condividere scambiando competenze e servizi). Vuol dire, infine, limitare lo sfruttamento delle risorse e quindi anche l’impatto sull’ambiente. Se vogliamo tradurre in numeri: sulla base della ricerca Ipsos secondo il 38% degli intervistati i due elementi chiave per descrivere la sharing economy sono convenienza e risparmio, il 26% la associa alla sostenibilità ambientale mentre per il 22% rappresenta un’innovazione.
L’economia di condivisione è nuova per il modo in cui si presenta e si esprime, ma il concetto di base è antico e associabile anche a forme arcaiche di economia: «Il primo passo – spiega Fabio Rea – è quello della condivisione in famiglia. Gli scambi che avvengono tra familiari e amici sono basati su un più forte controllo sociale, una fiducia elevata, rischi bassi. Un secondo passo è quello di estendere le relazioni in circuiti allargati: qualcuno racconta per esempio di aver iniziato a frequentare mercatini dell’usato e poi di aver portato le proprie cose da vendere. Il passo decisivo verso un’economia di larga scala è l’ingresso di un terzo soggetto, un intermediario, un brand, che viene percepito come garante dello scambio tra persone anche distanti».
Internet in questo quadro rappresenta una cassa di risonanza e un diffusore eccezionale: «Molte piattaforme di sharing sono corredate da applicazioni che ne rendono l’utilizzo più semplice. Senza connessione web sarebbe possibile mettersi in rete e scambiare beni e servizi solo con persone vicine e conosciute. In questo modo lo scenario cambia, gli orizzonti si allargano». E si allargano anche le zone di condivisione, trovando espressioni di riconosciuto valore pubblico, come la condivisione della cura di spazi comuni. Chissà che non sia l’inizio di una vera rivoluzione.

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