Per un’improbabile teologia del selfie…

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E’ stato il Caravaggio a fornirci in un quadro, databile tra il 1594 e il 1596, la prima rappresentazione pittorica di un selfie che il mitologico Narciso, innamorato di se stesso, tentò di fare con l’aiuto di uno specchio d’acqua. Purtroppo, vi annegò. E’ del 1839, secondo Wikipedia, il primo autoritratto fotografico, ad opera di Robert Cornelius. Grazie ai nuovi mezzi tecnologici, oggi il selfie impazza.

NARCISISMO DI MASSA

Narcisismo digitale? Alcuni psicologi affermano che la curva del narcisismo di massa si è impennata con l’avvento dei nuovi cellulari, dei tablet ecc… Ma altri, oltre a distinguere tra un “narcisismo normale” – caratterizzato da un tentativo del bambino di organizzare in modo coesivo la propria psiche per far fronte alle sorprese non sempre piacevoli della vita – e un “narcisismo patologico” – per il quale l’amore di sé può degenerare in senso di onnipotenza e di aggressività – insistono sul narcisismo come “ricerca del senso di sé” nel mondo. E’ come se cercasse un ancoraggio solido dentro di sé, essendo venuto meno un riferimento di senso ontologico, che dia consistenza alla persona che si cimenta quotidianamente con il mondo. Il suo non sarebbe più “a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing” (“un racconto detto da un idiota, pieno di suono e di furia, che non significa nulla”), ma una narrazione coerente, una storia di salvezza. Insomma, attorno e sotto la produzione di un selfie, ribolle la lava nascosta dell’Io che cerca l’altro, a volte incontrando solo se stesso a volte donandosi all’altro.

IL SELFIE PERFETTAMENTE RIUSCITO: LA TRINITÁ

La stilizzazione teoretica di questa dialettica si trova, in realtà, prima che in Hegel, nell’elaborazione dei primi Concili a proposito della teologia trinitaria. E’ lì, nel segreto della vita trinitaria, che si pratica il selfie. Un selfie perfetto, non patologico, sia chiaro! Lo so, qui il discorso si fa audace… Visto dall’esterno, lo scenario è semplice: c’è un Padre piuttosto esigente e imperioso, un Figlio pronto ad ogni immolazione, uno Spirito anarco-rivoluzionario, che spira tra i due. Ma la riflessione teologico-speculativa sulle relazioni che intercorrono tra questi tre soggetti/persona la dice lunga, in primo luogo, non su Dio – Riccardo di San Vittore parla saggiamente di incomunicabile esistenza della natura divina – ma sull’uomo stesso. Parlando di Dio, l’uomo cerca di decifrare se stesso. Ora, il Dio trinitario appare, in primo luogo, il prodotto ontologico di due “processioni”: la generazione del Figlio e la “spirazione” dello Spirito santo. Ma esiste anche una lettura relazionalistica di queste due processioni ontologiche, che insiste di più sulla “circuminsessio” dei tre soggetti in gioco, che tende a sciogliere i confini ontologici troppo rigidi tra le tre persone. I Greci la chiamavano “pericoresis”. In parole povere, i tre soggetti vengono costituiti nella relazione circolare Padre-Figlio-Spirito santo. Come osservava Hans Urs von Balthasar, lo Spirito santo non è altro che lo spazio di dono e di amore, che lega il Padre al Figlio. Persone, ma non sostanze, “tre persone in Dio”, non “tre persone-Dio”. Con ciò si esclude sia la lettura triteistica (le tre Persone sarebbero tre dèi diversi) sia quella modalistica (le tre Persone sarebbero tre modalità della stessa unica sostanza). La persona non è restringibile nei concetti di individuo e di sostanza (cosa che invece fanno Boezio e Tommaso); la persona è un tutto, è un avvenimento, è un dono che c’è, gratuità pura. Come “spiega” sempre H.U. von Balthasar, lo Spirito santo «è colui che rende un tutt’uno l’esser-nell’altro-presso se stesso”. Le tre persone della Trinità sono persone che escono da sé, mentre producono se stesse in questa relazione dell’uscire da sé. Il selfie perfetto, appunto. Naturalmente il dibattito dei Padri della Chiesa è assai più sofisticato di quanto qui si possa riferire. Ma ciò che si agita dentro è in realtà il tentativo di definire la persona umana, il soggetto umano, sempre lacerato tra volontà di dono e volontà di potenza, tra dono all’altro e uso dell’altro. Ne consegue, che il selfie umano non è affatto perfetto. Porta dentro di sé un’ambiguità essenziale, cammina su una corda tesa nel vuoto, tra il Sé e l’Altro.

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