I disegni di Francesco Parimbelli in mostra al Museo diocesano Bernareggi

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“Dalle acque profonde” è il titolo suggestivo della mostra di disegni di Francesco Parimbelli, a cura di Giuliano Zanchi, aperta al Museo Bernareggi (via Pignolo, 76) dal 29 novembre fino al 25 gennaio 2015. Una mostra che continua la serie di grandi appuntamenti d’autunno al Museo diocesano con l’arte figurativa declinata nella contemporaneità da autori bergamaschi, come negli anni scorsi Maurizio Bonfanti e Sergio Battarola. L’inaugurazione è per venerdì 28 novembre alle 18, orari di apertura: martedì – domenica, dalle 15 alle 18, ingresso libero per info: T. 035 248772 info@fondazionebernareggi.it www.fondazionebernareggi.it.
C’è la carcassa di una vecchia barca ottocentesca ricoverata in un deposito di Venezia al centro dei lavori di Parimbelli di questa esposizione, ma l’oggetto è solo il punto di partenza di un meticoloso lavoro di scavo, estetico e simbolico, che diviene nella sua insistenza simile alla meditazione, fino a creare altro da sé: “Francesco Parimbelli – scrive nell’introduzione al catalogo don Giuliano Zanchi, curatore della mostra e segretario generale della Fondazione Bernareggi -, benché dotato di una perizia grafica che fa di lui un disegnatore di altissimo livello, non ha nessuna voglia di stupire con le arti magiche della perfetta verosimiglianza, non ha bisogno di suscitare l’ingenuo stupore delle cose che sembrano vere: il suo è un lavoro di carotaggio, l’accanirsi su un oggetto che a forza di essere scavato dal disegno comincia a parlare di altro da sé, di qualcosa che pure contiene e che tuttavia non gli coincide, e che solo la mediazione della figura può portare alla luce”. Dall’insistente attenzione per questo relitto nasce un lavoro profondo, denso, riflessivo: “Guardi questa barca disegnata – prosegue don Giuliano -: ed ecco l’uomo. L’uomo nella sua vulnerabile grandezza, nella sua semplice eleganza, nel suo nascosto e derelitto splendore. Vedi l’uomo intento a mantenere salda la propria integrità anche fra i venti di ogni suo naufragio. Lo vedi resistere, combattere, andare dietro alle onde, gridare inascoltato alle forze della natura, bestemmiare di paura, invocare la salvezza. Vedi l’uomo, come un nocchiero fradicio e ostinato, intento a governare la nave del suo corpo, in viaggio sotto il cielo stellato della vita, con indomita fedeltà al compito di esistere, fino a consumarsi in mezzo al vento e sotto il sole. Il glorioso corpo umano nobilitato dalle ferite lasciate dalla sua odissea nella vita. Queste corrispondenze, che attraverso il disegno legano un oggetto alle profonde esperienze della carne, risuonano a loro volta perfettamente con certi sedimenti della parola biblica, che Francesco Parimbelli non ha problemi a frequentare, intravedendo in essa la segreta chiave ermeneutica di questa laboriosa ricerca di senso propiziata da un relitto ormai a riposo. Nella Scrittura biblica l’arcaico codice del mare, con tutte le sue epiche, le sue saghe, i suoi fantasmi e le sue allucinazioni, viene sistematicamente convocata a tradurre in immagine plastica l’inquietudine dell’uomo preso nella rete dell’esistenza, specie quando avvolto dal manto di velluto del male, nelle sue molte forme, dalla colpa alla malattia, dalla violenza alla disperazione, dall’inimicizia alla disillusione: fino all’incubo della solitudine ontologica e della mancanza del senso. Lo spettro della morte, che avvolge come un beffardo incartamento tutte queste paure, si affaccia agli occhi umani con tale somiglianza alla sgomentevole titanicità del mare che la Scrittura non può che eleggerla a metafora della lotta di ogni essere umano per la vita. Il mare, come la vita, è già una tomba dalla quale si spera un giorno di uscire vivi”.
Corrispondenza perfetta con il tratto, l’ambiente, lo stile, il disegno diventa il secondo capitolo del libretto di Giona. “La preghiera che ne scaturisce – aggiunge don Giuliano Zanchi – sembra uno dei tanti salmi che la bibbia ospita, come una raccolta di sospiri rivolti all’attesa di Dio, tra i quali il numero 68 che dà il titolo a questa mostra: Salvami dal fango, che io non affondi, liberami dai miei nemici e dalle acque profonde”. Si realizza tra immagine e scrittura un’unione armoniosa, in cui l’una valorizza l’altra senza schiacciarla, senza fagocitarla, senza appropriarsene, senza diventare nemmeno l’una didascalia dell’altra. “Forse dall’arte – conclude don Giuliano – si può e si deve di nuovo pretendere sguardi e strumenti per sottrarre l’uomo dalle acque profonde della sua attuale mancanza di autostima”.

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