Il lavoro manuale? Sorpresa: ai giovani “millennials” piace

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Lavoro manuale? Sì, grazie.  Contrariamente alla figura stereotipata del «bamboccione», la grande maggioranza dei giovani italiani oggi si dichiara disponibile a svolgere lavori manuali, quelli che forse un tempo, ad onor del vero, non avrebbero preso in considerazione. Realismo, flessibilità, adattabilità caratterizzano dunque la generazione dei millennials italiani, secondo i dati elaborati dal Rapporto Giovani, l’indagine curata dall’Istituto Toniolo in collaborazione con Ipsos e il sostegno di Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo.
L’indagine è stata condotta su un campione di 1727 giovani di età 19-30 anni e ha certificato come oltre l’80% degli intervistati sia pronto a svolgere un lavoro di tipo manuale: 3 su 4 vedrebbero bene una attività in cui potere esprimere la propria creatività, indipendentemente dai percorsi formativi. Oltre la metà dei maschi e quasi il 60% delle femmine considera infatti scarse le possibilità che l’Italia “offre a un giovane con la tua preparazione”. Ma di chi è la colpa di questa situazione? La crisi, ma non solo: per quasi il 30% il problema principale sono i limiti strutturali del mercato che offre poche occasioni, bassa qualità e contratti brevi e precari; in secondo luogo viene la situazione economica complessiva, al terzo posto la “preferenza data ai raccomandati”, al quarto la “minore esperienza” (15,4%). Concorrenza degli immigrati e regole troppo rigide si attestano attorno al 5% delle risposte. E solo un intervistato su cento ritiene che i giovani rifiutino alcuni lavori, contrariamente a quanto riportano molti stereotipi sulle nuove generazioni. “I risultati ottenuti- ha sottolineato Alessandro Rosina, docente di Demografia nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano e tra i coordinatori dell’indagine- contribuiscono a superare una serie di stereotipi sul rapporto tra giovani e mondo del lavoro. Quello che le nuove generazioni disdegnano non è di per sé il lavoro manuale (che può essere stimolante e appagante) ma lo sfruttamento e la mancanza di valorizzazione. Quello che temono sono offerte di impiego che intrappolano in condizione di precarietà, in cui impegno e competenze non vengono riconosciute. Senza un miglioramento qualitativo del contributo dei giovani al sistema produttivo, in qualsiasi settore, difficilmente l’Italia può tornare a crescere e ad essere competitiva”. Si riscopre dunque il lavoro manuale (pochissimi lo respingono), ma a certe condizioni: remunerazione adeguata, creatività e flessibilità d’orario sono gli aspetti decisivi. Nella scala dei lavori all’ultimo posto delle preferenze figurano quelli in cui più comunemente le nuove generazioni trovano facili occasioni di impiego, ma evidentemente di bassa qualità. Pochissimi consiglierebbero ad un amico di fare il telefonista di call center (3.5%), l’operatore di fast food (4.2%), o il distributore di volantini (1.6%). Al limite, a parità di stipendio, meglio l’operatore ecologico che lavori di questo tipo (4.6% contro 4.2% donne). Piuttosto che occupazioni manuali di basso livello nel settore dei servizi, spesso legati a condizioni di precarietà e sfruttamento, ci sono il lavoro operaio (6.9%) o quello agricolo (7.7%). Tra i lavori di profilo medio-basso la preferenza per i maschi va comunque all’impiego in fabbrica come tecnico specializzato (27.1%), mentre per le donne prevale l’attività di commessa/cassiera (31.6%). In ogni caso il tema della soddisfazione nel lavoro interessa molto i giovani. Per questo il titolo di studio resta comunque un elemento di rilievo (meno di uno su tre tra gli intervistati pensa che non conti), ma per la grande maggioranza degli intervistati ci sono 4 fattori ancora più importanti: l’impegno, le competenze, le capacità relazionali e la disponibilità Naturalmente uno degli elementi della qualità del lavoro è il reddito: una remunerazione attorno ai 1500 euro mensili è ritenuta un giusto obiettivo da raggiungere alla soglia dei 35 anni in base alla propria formazione: solo una limitata minoranza indica 2000 euro o più: in particolare il 26.1% dei maschi e il 17.9% delle donne. Anche tra i laureati la differenza di genere nelle aspettative rimane elevata: meno del 30% delle donne contro il 45% dei maschi pensa che una persona con la propria formazione possa arrivare oltre i 2000 euro. Flessibilità e adattabilità: la grande maggioranza non considera problematico un lavoro che implichi una cambio frequente di committenti: meno del 10% lo considera un problema molto rilevante e oltre due su tre ritiene poco o per nulla rilevante. Valori di problematicità molto bassi presenta anche l’adattamento ai tempi di lavoro. Impegno festivo e cambio frequente di orari sono ampiamente accettati, un po’ meno il lavoro notturno (considerato molto problematico dal 17.4% degli intervistati, e poco o per nulla dal 53.2%). Le frequenti trasferte trovano una forte resistenza solo dal 15.5% degli intervistati (poco o per nulla il 55.6%), e il pendolarismo da quasi il 20% (ma doppia è la quota di chi lo considera poco o per nulla rilevante).

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