La comunità eritrea festeggia il Natale domenica, con il rito alessandrino

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Fare Comunità anche lontani da casa, trovare momenti speciali per ricordare a se stessi e ai propri figli qual è la propria origine. La comunità eritrea bergamasca, oggi molto meno numerosa rispetto a qualche anno fa, si ritroverà la prossima domenica per celebrare il Natale secondo il rito alessandrino, una delle occasioni che servono agli eritrei per ritrovarsi e sentirsi un po’ meno lontani dal loro Paese. “Se qualche tempo fa – spiega Hagos Eyasu, infermiere che ormai da molti anni vive in Italia – la nostra comunità qui a Bergamo era più numerosa, oggi conta solo una cinquantina di elementi. In passato le persone erano molte di più perché erano molti di più coloro che erano di passaggio dall’Italia, che si fermavano tre o sei mesi con noi e poi ripartivano per altre destinazioni. Oggi, con la crisi, non ci sono più situazioni di questo tipo: gli eritrei bergamaschi sono tutti lavoratori, ognuno con la propria famiglia, tutti abbastanza inseriti nel tessuto sociale.” Nonostante la buona integrazione la comunità si riunisce ogni tanto, per speciali occasioni. “Ci sono sei/otto appuntamenti all’anno nei quali riusciamo a incontrarci e a celebrare insieme la Messa, per le festività principali, tra cui la Pasqua e il Natale.” E proprio domenica, al Convento delle Suore Orsoline di Gandino in via Masone a Bergamo, verrà celebrata la tradizionale Messa di Natale. La Messa viene celebrata secondo il rito alessandrino, pratica che sottolinea un’influenza ortodossa nelle usanze dei cattolici che in Eritrea sono una minoranza: la lingua utilizzata per le celebrazioni è il tigrino, ma per i canti si ricorre al ge’ez (la lingua madre del tigrino, un po’ come il latino per l’italiano). “Alla Messa, due ore circa di celebrazione seguite da canti, – continua Hagos – seguirà l’agape fraterna, non un pranzo ma una specie di colazione, che è soprattutto un momento di condivisione, un’occasione per stare insieme. Grazie a questi momenti cerchiamo di essere anche solo idealmente presenti nel nostro Paese. Cerchiamo di invitare a queste celebrazioni anche amici e conoscenti, per esempio i membri della comunità etiope: non è affatto semplice organizzare una Messa secondo questo rito, noi non abbiamo un cappellano fisso (anche se troviamo sempre supporto nella figura di don Massimo Rizzi, direttore dell’Ufficio Migranti), quando ne abbiamo necessità ci rivolgiamo a un convento di cappuccini che è a Milano, oppure a Roma.” Le occasioni nelle quali l’intera comunità si riunisce sono relativamente poche, ma l’occasione per essere sempre Comunità non manca. “Le nostre famiglie sono spesso – conclude – molto integrate nelle singole parrocchie di appartenenza, e ovviamente ci sono occasioni per festeggiare i piccoli avvenimenti (una prima comunione, per esempio) che si vivono all’interno di un singolo nucleo famigliare. In quelle occasioni partecipiamo alla festa della singola famiglia nella comunità di appartenenza, rimaniamo uniti. È un modo per cercare anche di superare alcune difficoltà che viviamo quotidianamente: quelle che riguardano soprattutto la trasmissione della nostra lingua e delle nostre tradizioni ai nostri figli.”

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