I molti immigrati: quale carità in questa situazione?

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Il nuovo anno è iniziato con nuove ondate di immigrati che arrivano ormai con tutti i mezzi e da tutto il sud e l’est del Mediterraneo. Sono sempre stato guidato dalla mia sensibilità cristiana e non ho mai assunto posizioni contrarie agli immigrati. Adesso però mi domando: ritmi e modalità dell’immigrazione non stanno assumendo dimensioni tali che finiscono per danneggiare gli stessi immigrati? La mia domanda non è sulle grandi strategie e sulla politica, ma sulla carità. Secondo te è compatibile con la carità cristiana una posizione come questa: bisogna accogliere meno immigrati per poterli accogliere dignitosamente? O rischiamo l’alibi? Grazie. Giorgio

UN FENOMENO ENORME

È più che mai legittima la sua domanda, caro Giorgio. Il fenomeno migratorio, indice di ingiustizie mondiali, di violenze e frutto di modalità esistenziali di coloro che «sono chiusi nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore» (papa Francesco, Lampedusa 2013), sta assumendo veramente dimensioni difficilmente gestibili. Ce lo dimostrano, con molta chiarezza, le numerose immagini che i media ci trasmettono quasi quotidianamente: uomini, donne, bambini, scampati provvidenzialmente alla morte, giungono stremati nel nostro paese e negli stati europei con l’unico desiderio di vivere e di trovare un futuro migliore; numerosi sono coloro che hanno perso la vita durante il viaggio e quelli che, fortunatamente, riescono a giungere nella nostra terra non sono sottratti dalla fatica dell’integrazione, dal dolore del distacco dagli affetti più cari e dalle proprie origini, da umiliazioni di ogni genere. Come leggere e interpretare alla luce della fede e della carità cristiana questa emergenza quasi quotidiana, che non può lasciarci indifferenti? Diceva il santo Padre a Lampedusa l’8 Luglio 2013: «Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio!».

LA TENTAZIONE DELL’ALIBI

È compatibile, allora, per il cristiano accogliere meno immigrati allo scopo di poter gestire più dignitosamente la loro presenza sul territorio, in nome della stessa carità? In attesa che i governi varino grandi strategie politiche ed economiche a misura d’uomo, necessarie ed urgenti, cosa possiamo fare? Come possiamo porci? Credo che la tentazione dell’alibi sia in agguato!Non nascondo, tuttavia, la necessità che queste emergenze mondiali necessitino di pianificazioni e organizzazioni particolari, specifiche, funzionali allo scopo di evitare di danneggiare chi, con tanto amore e generosità, si voleva aiutare. Progettare e dare un ordine ai nostri interventi di aiuto, tuttavia, impegna a trovare, con serietà, intelligenza e fiducia, tutte quelle vie idonee che permettano di non rimandare mai nessuno a mani vuote. La carità, infatti, non esclude, al contrario è capace di inventare percorsi nuovi per offrire un’accoglienza e una risposta sempre più qualificata e adeguata verso tutti coloro che chiedono ospitalità. È innegabile che occorre una riflessione previa e responsabile al fine di risolvere alla radice questo male, orientando le forze di tutti verso un obiettivo comune. Nel frattempo, però, cosa fare? Quando l’emergenza è grave è necessario che ognuno si rimbocchi le maniche e dia il suo contributo a cominciare proprio dalle piccole scelte quotidiane che ciascuno di noi è chiamato a compiere nel nascondimento feriale. «Non spetta a me cambiare il mondo – diceva Madre Teresa di Calcutta – io mi chino sul primo sventurato che incontro e gli do una mano».

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