La differenza del potere e l’uguaglianza del servizio

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In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (vedi Vangelo di Marco 10, 25-35. Per leggere i testi di domenica 18 ottobre, ventinovesima del Tempo Ordinario, clicca qui).

GIOVANNI E GIACOMO VORREBBERO UNA BELLA CARRIERA POLITICA

Gesù sta faticando molto a far entrare nel cuore dei suoi amici l’idea di Messia sofferente, che dà tutto, anche la vita per i suoi. Pietro ha reagito male di fronte all’annuncio della croce, i discepoli discutono chi di loro è il più grande, adesso Giacomo e Giovanni chiedono di sedere uno alla destra e uno alla sinistra nella gloria del Signore. Stare alla destra di qualcuno significa nella bibbia venire subito dopo di lui. Siccome i due fratelli non possono stare tutti e due alla destra, chiedono, appunto, di stare uno alla destra e uno alla sinistra “nella gloria” del Signore. La gloria di Gesù, in questo contesto, è molto probabilmente, la gloria di un futuro regno terreno, quello che i discepoli non hanno mai cessato di sognare…

LE CONTROPROPOSTE DI GESÙ

Gesù reagisce alla richiesta anzitutto con un rimprovero: “Voi non sapete ciò che domandate”; non hanno capito che andare dietro a Gesù significa anzitutto prendere la propria croce, fare come lui, dare la vita. Poi pone, a sua volta, una domanda: “Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?” Bere il calice nel significato di “soffrire molto” è usato spesso nella bibbia. E l’immagine del battesimo è molto efficace se si pensa che “battezzare” significa “essere immersi” e “andare a fondo”. Sempre nella bibbia ci si lamenta di essere sommersi in un gorgo profondo, quando si soffre o si è perseguitati. Dunque Gesù chiede anzitutto di condividere la sua sorte, come sempre egli chiede a chi vuole essere suo discepolo.

I due rispondono di sì. Difficile dire se hanno capito a fondo. Si sa però che Giacomo morì martire pochi anni dopo Gesù e Giovanni morì, forse anche lui martire, ma certamente morì dopo aver sofferto persecuzioni e prigionia a causa della sua fede.

Gesù sanziona la risposta dei due dicendo che tutto viene da Dio, che la gloria non deve essere concepita come un diritto dell’uomo ma come un dono della grazia e della condiscendenza divina.

L’INVIDIA DEGLI ALTRI DISCEPOLI

Il gruppo dei discepoli reagisce negativamente all’iniziativa di Giacomo e Giovanni, si indignano perché, evidentemente, anche loro ambiscono agli stessi posti di prestigio. Gesù reagisce a sua volta con uno straordinario insegnamento. I suoi discepoli non devono copiare i modelli usati dal mondo, quello del prestigio e del potere. Ma devono porsi come servi verso gli altri. Insomma, la comunità cristiana deve rappresentare un’alternativa radicale rispetto ai modelli mondani. E questo per restare  fedeli al loro Maestro, il quel “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.

FIGLI DELLO STESSO “ABBÀ”, DUNQUE TUTTI UGUALI

Gesù stabilisce dunque uno stile che deve contraddistinguere i suoi e che deve essere specularmente opposto a quello usato da chi esercita il potere. La diversità dello stile del discepolo rispetto a quello del sistema di potere si fonda su un dato ovvio e semplice: i discepoli del regno sono tutti figli dell’Abbà del cielo e, dunque e di conseguenza, sono tutti fratelli. Se tutti sono fratelli, le differenze tra loro sono tutte cancellate precisamente dalla fratellanza che li rende uguali. Nel vangelo di Giovanni Gesù illustra questa verità, durante la cena di addio, con il gesto straordinario della lavanda dei piedi. I discepoli sono disposti attorno a lui e lui, il Maestro e Signore, si fa servo e passa a lavare i piedi ai suoi amici: il Maestro insegna ma insegna a non fare il maestro, bensì a servire.

IL POTERE E LA MALATTIA DELLE DIFFERENZE

Molti momenti nella vita delle nostre comunità sono la messa in opera del cerchio della lavanda dei piedi: il volontariato, la catechesi, la caritas, i servizi vari in oratorio e in parrocchia.

Il sistema del potere, al contrario del sistema del servizio, è fondato sulle differenze di chi sta sopra e che esercita il potere verso chi sta sotto e lo deve subire. Quelle differenze fanno nascere inevitabilmente il confronto fra chi ha di più e chi ha di meno, e l’imitazione da parte di chi, avendo di meno, vorrebbe avere di più. Spesso succede anche che, da quelle differenze, nasca un altro cerchio: chi è molto in alto è aggredito dall’invidia di tutti; chi è molto in basso è coperto dal disprezzo di tutti. In tutti questi meccanismi chi ha di più conta di più. E conta molto di più l’avere e l’apparire che l’essere. Basta partecipare a una assemblea di condominio per assistere a esempi lampanti di questa diffusa malattia delle differenze, per non parlare della politica, del mondo del lavoro, della finanza.

Anche la comunità cristiana, come tutti, soffre di questi meccanismi. Ma cerca, nelle cose che fa, di controbilanciarli con atteggiamenti inattesi: una famiglia si svena ad assistere il vecchio nonno malato, una mamma butta via il suo tempo per fare catechesi a figli non suoi, un professionista spende il suo tempo ad assistere i barboni di una comunità della caritas… Tutte queste scelte sono “ingiustificate”, “squilibrate” tra chi dà molto e non riceve nulla e chi riceve tutto e non può dare nulla. Ma questa sproporzione è alla base, precisamente, dello spirito del servizio, dei discepoli che non si fanno servire ma servono, come il loro Maestro.

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