René Girard e i grandi totem del Novecento

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La recente scomparsa del grande studioso di antropologia, religione e letteratura René Girard, nato ad Avignone nel 1923 e morto a Stanford lo scorso 4 novembre, priva la cultura internazionale di un grande protagonista. La sua importanza è stata duplice: da una parte ha affrontato aspetti, come quello mitico e religioso, che sembravano essere fuori dagli interessi delle mode culturali, dall’altra si è misurato con i grandi totem del Novecento, soprattutto la scienza, il darwinismo e la psicoanalisi, in modo coraggioso e anticonformista.
Il coraggio spesso paga: Girard è riconosciuto come un pensatore che per molti versi ha rinnovato la cultura, uscendo dai rigidi confini delle singole discipline e tentando di trovare punti comuni nella letteratura come nella filosofia, nella psicologia come nella mitologia. E, come vedremo tra poco, addirittura nella scienza. Soprattutto il rapporto mito-religione è stato oggetto di studi importanti in opere come “La violenza e il sacro” (1972) o “Il capro espiatorio” di vent’anni dopo. La religione possiede, in comune con la fondazione della comunità, un elemento sacrificale che si manifesta con il sacrificio del capro espiatorio, via via legato all’uccisione di un essere deforme, strano, folle, diverso. Già nella Bibbia però si manifesta la proibizione del sacrificio umano e la sua trasformazione in altro, e nel cristianesimo, dice Girard, si nota una tendenza che potremmo dire apocalittica, vale a dire una coscienza della propria fine, o per meglio dire della propria finitudine. Per essere più chiari dobbiamo spostarci su uno dei versanti meglio percorsi da Girard, quello della letteratura, e vedere se questo capro espiatorio è presente nella modernità. Sì, e profondamente, ci ha dimostrato lo studioso: si prenda il grande scrittore russo Dostoevskij. In molte sue opere esiste un agnello sacrificale che non sempre è figura minore, ma addirittura protagonista, come nel caso del principe Myškin nell’ “Idiota”. Chi è l’idiota per la gente comune? Chi non cura i propri interessi e, invece di accumulare, si prodiga per gli altri senza chiedere nulla in cambio. È il capro espiatorio da sbeffeggiare o sacrificare. Il messaggio del grande scrittore è inequivocabile: idiota è l’appellativo che verrebbe dato a Gesù se vivesse in quei tempi.

La radicalità del messaggio cristiano porterebbe, secondo Girard, o ad un mondo in cui far regnare l’assoluta fedeltà al vangelo – e alla cessazione della ricerca del capro espiatorio – o ad una serie di crisi e al rischio estinzione, almeno a livello delle sue radici.
Un altro elemento assai conosciuto all’interno delle teorie girardiane, è quello dell’atteggiamento “mimetico” e imitativo alla base della personalità umana, e qui lo scontro con Freud è inevitabile, anche se è probabile che esso sia stato eccessivamente enfatizzato. Secondo Girard non si può parlare, come fa il padre della psicoanalisi, di desiderio diretto verso un oggetto (o una persona), ma di imitazione del desiderio che verso quell’oggetto prova un altro che noi vediamo come modello. E che poi potrebbe diventare un antagonista, perché si oppone al nostro desiderio che lui stesso ha originato.
E da qui ancora una volta il passo verso la letteratura è breve: gran parte dei grandi autori, scrive lo studioso in “Menzogna romantica e verità romanzesca” ci ha presentato personaggi che desiderano qualcosa per imitazione, per lettura, per suggestione. Qui sta il genio in anticipo sui tempi dei grandi scrittori. E in effetti Anna Karenina, Madame Bovary, alcuni personaggi della “Ricerca del tempo perduto” di Proust, il narratore del “Grande Gatsby” di Scott Fitzgerald e lo stesso modello del romanzo moderno, don Chisciotte, direbbero tutti che Girard ha ragione. Noi vogliamo qualcosa perché qualcun altro la desidera. E la scienza sembra dargli ragione: alcuni scienziati hanno individuato una forte somiglianza di questa teoria con quella dei “neuroni specchio”. I neuroni attivati dall’esecutore di una azione entrano in funzione anche nell’osservatore.
L’aver avvicinato scienza e letteratura senza essere sconfinato nel più becero determinismo è probabilmente uno dei più grandi meriti del compianto studioso.

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