Parola d’ordine: risalire. Il riscatto di Gianluigi: fuori dal carcere ha riscoperto la fede. E ha cambiato vita

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La storia di Gianluigi Togni dimostra che una persona dopo un periodo di sbandamento e sofferenza può riprendersi e vivere la propria personale resurrezione. L’uomo, 62 anni, che vive a Bergamo con moglie e suocera, ha passato un periodo difficile della propria vita che comunque ha rappresentato un momento di rinascita, il cui culmine è stato il cammino ecclesiale presso la comunità parrocchiale del Sacro Cuore. Qui, dove «fare del bene agli altri fa bene al corpo e allo spirito», operava fino a qualche anno fa don Cesare Passera, ora parroco di SS. Faustino e Giovita a Brembate, che possiamo considerare come l’angelo custode di Gianluigi.
«Lavoravo nel settore elettromeccanico, come addetto alla manutenzione degli impianti di risalita, ascensori, funivie, seggiovie, funicolari, tutto ciò che riguarda la meccanica di sollevamento», ricorda Togni. Risalire è anche l’emblema della seconda vita di Gianluigi, perché al termine del tunnel c’è sempre la luce. Togni si è momentaneamente perso per strada con il risultato di una condanna a 4 anni e 4 mesi di pena detentiva, per reati contro il patrimonio. Ma non tutto è andato perduto. Dal marzo 2012 fino a tutto il 2013 Gianluigi è stato affidato a don Cesare Passera, il termine tecnico è «affido e misura alternativa al carcere» per svolgere attività di volontariato all’interno della comunità parrocchiale, dell’oratorio e della Caritas parrocchiale. Togni ha avuto la possibilità con il servizio sociale di vivere per 18 mesi, tornando in carcere la sera, un’esperienza che l’ha cambiato e gli ha fatto riscoprire la fede.
C’è un prima e un dopo nel percorso di vita di Gianluigi Togni, che ora lavora in tre oratori, «quando hanno bisogno, mi chiamano. Il sorriso di una persona che ha bisogno o di una persona in difficoltà che hai aiutato è impagabile» ci racconta lui stesso. «Durante la mia esperienza detentiva ho riflettuto molto sui miei errori e sulle conseguenze che si sono venute a creare in ambito generale e in quello familiare. Ho compiuto scelte superficiali che mi hanno portato dietro le sbarre di una prigione. Il tempo che si passa rinchiusi è sempre di riflessione, ovvio che si pensa agli sbagli commessi. Ho creato dei legami con i miei compagni di carcere con i quali si è costretti a passare questo tempo inutile, sospeso. Diverso invece è il tipo di relazione che si è stabilito con tutti quei parenti e amici che sono venuti a trovarmi in carcere, rapporti duraturi che ho riallacciato quando finalmente ho rivisto la luce del sole. Tutti i detenuti condividono la grande attesa della libertà, il pensiero va a come saremo riaccolti, che cosa troveremo una volta usciti, se ci sarà qualcuno che ci tenderà la mano, che verrà in nostro aiuto, che ci offrirà una “second life”? Grande è l’incertezza che pervade l’anima del carcerato quando pensa al domani. Quando si esce, sembra di essere dei marziani e ci si domanda: “Possibile che sono fuori dalla galera?”. Io sono stato fortunato, Don Cesare mi ha accolto a braccia aperte presso la sua ex Parrocchia del Sacro Cuore a Bergamo, ho avuto così la possibilità di relazionarmi con persone che già conoscevo e che hanno avuto fiducia in me».
È un fiume in piena Gianluigi che non ha timore di parlare del proprio passato, anche di quando ha lavorato come redattore di un giornale stampato nella tipografia della Casa Circondariale di Ivrea e successivamente di quella di Bergamo. In carcere Gianluigi scriveva molte lettere, riceveva notizie dal mondo tramite le visite di parenti e amici, giacché «Internet in carcere non esiste». Il Vangelo di Matteo (25,31-46) recita: ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. L’accoglienza, il reinserimento nella vita sociale, non è facile ottenere ciò per un ex carcerato.
«L’ex detenuto esce dal carcere padrone di se stesso e delle sue scarpe, se non trova nessuno che gli offre una opportunità, è alto il rischio di ricadere. Anche in questo caso occorre costruire ponti e abbattere le barriere del pregiudizio. A mio avviso la pena maggiore non è quella che si sconta dentro, ma quella che si trova fuori, quando si resta con le mani in mano. In questo la nostra società è un po’ egoista», dichiara con passione Togni. Parole semplici che scuotono le coscienze nell’Anno Santo Straordinario che Bergoglio ha voluto dedicare alla Misericordia.
Domandiamo a Togni come si svolgeva la sua attività di volontario. «Don Cesare, con il quale siamo amici fin da giovani, aveva diversi collaboratori, c’era chi s’interessava alla manutenzione delle mura, chi si occupava del campo sportivo, ecc… io andavo ovunque ci fosse bisogno di un aiuto. Ricordo che abbiamo tinteggiato le mura dell’Oratorio con i colori della squadra locale, giallo e blu, perché don Cesare aveva chiesto di “dare vitalità” alle pareti. Oltre a ciò, c’era il lavoro in cucina, per esempio durante i preparativi dei “pranzi sociali”. Mi sono adoperato per ottenere una impastatrice per fare la pizza e un forno elettrico per cuocerla. Quando nell’ambito parrocchiale hanno aperto un nuovo supermercato, il direttore del grande magazzino, d’accordo con don Cesare, ha deciso di donare il disavanzo degli alimenti ai bisognosi del quartiere Carnovali di Bergamo, i quali, in seguito alla crisi economica, erano aumentati, perché rimasti senza lavoro. Andavo con il furgone prima a caricare gli alimenti presso il Banco Alimentare della Caritas e poi li consegnavo alle famiglie più bisognose».
Gianluigi si dava da fare a 360° e non restava mai con le mani in mano. «La mia attività lavorativa presso il Sacro Cuore iniziava alla mattina alle 8 e si concludeva non prima delle 20, ed era sempre variegata. Il mattino il lavoro all’Oratorio, dalle 13 alle 18 ritiro e consegna pacchi del Banco Alimentare, il periodo restante dedicato alle riparazioni. Tornavo in carcere stanco morto ma soddisfatto, perché non c’è niente di meglio del lavoro manuale per risollevare lo spirito e allontanare i pensieri tristi. È stato allora che ho riscoperto la fede, ma è difficile raccontarlo a parole, so solo che fare del bene agli altri fa bene al corpo e allo spirito».
Uno degli ultimi atti di questo Anno Santo Straordinario dedicato alla Misericordia avverrà il 6 novembre con il Giubileo dei Carcerati. A Bergamo quest’anno il vescovo Francesco porta la via crucis in carcere nel giorno di venerdì santo. Un forte invito alla condivisione con tutti coloro che stanno scontando una pena. Per la prima volta nella cappella di un carcere italiano, a Padova, il vescovo della città, Claudio Cipolla, lo scorso 27 dicembre ha aperto la Porta della Misericordia della Cappella del Carcere Due Palazzi. «È un evento eccezionale, il Pianeta carcere è spesso dimenticato, del resto una iniziativa del genere poteva partire solo da un Papa straordinario come Francesco, il quale non si stanca mai di porre l’accento sulle tante “periferie esistenziali”, proprio come lo è un carcere», prosegue Gianluigi.
Infatti, Bergoglio durante la prima udienza generale del suo pontificato invitò i fedeli a “uscire da se stessi” per andare “verso gli altri”, “verso le periferie dell’esistenza” verso quelli che sono più lontani, che più hanno bisogno di consolazione, di aiuto. Proprio come Gianluigi Togni che oggi si reca nelle scuole a raccontare la sua esperienza. «I ragazzi mi chiedono perché ho commesso quel determinato errore, io rispondo che sono stato superficiale, che credevo di farla franca», dichiara Gianluigi.
Infine chiediamo a Togni che messaggio vorrebbe proporre ai giovani. «Semplice. – ci risponde pronto con sincerità – Il mondo nel quale viviamo non è solo nostro ma è di tutti. Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te, mi ripeteva spesso mio padre. È appena passata la stagione fredda, sono questi i primi giorni di primavera. Sotto la dura terra è germogliato un chicco di grano, presto diventerà una bella spiga che il contadino taglierà, che il mugnaio trasformerà e da un bravo panettiere arriverà una bella pagnotta croccante e dorata per far felici grandi e piccoli. Questo è il nostro vivere quotidiano. Se fossimo come quel chicco di grano saremmo ricchi tutti quanti, no?», conclude Togni il cui percorso esistenziale è simile a un viaggio di rinascita, che l’ha portato a perdonarsi e accettarsi per ridare alla sua vita una nuova direzione.

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