Il sospetto c’è: Il calcio per vincere sta scomparendo e il “tifoso” pure. Dopo Atalanta-Udinese

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Foto: la curva Nord alla partita Atalanta-Udinese di domenica 8 maggio

OGGI IO FACCIO UN FAVORE A TE E TU DOMANI A ME

Assistendo ad Atalanta-Udinese – gara che neppure si è giocata, agonisticamente parlando -, sorge spontaneo un interrogativo. Che esula assolutamente dalla partita in se stessa, in quanto di simili esibizioni più o meno virtuali – solo nell’ultimo turno di campionato in serie A (figuriamoci nelle categorie inferiori) – ce ne sono state altre, come sempre del resto. Ciò avviene – senza scomodare scommesse o corruzioni – quando una squadra tranquilla in classifica “rispetta” l’avversario a cui urgono punti. Oggi io regalo un punto (o tutti e tre) a te, domani tu a me. Questo il concetto generale, particolarmente in vigore fra squadre che da sempre s’incontrano, disputando lo stesso torneo. Infatti – volendo essere maligni fino in fondo – il Carpi (proprio in quest’ultima giornata) la Lazio l’ha pur fatto retrocedere. Ma la Lazio il Carpi, ormai, quando lo ritroverà sul suo cammino?

SPORT O BUSINESS?

Allora qual è questo benedetto interrogativo? Il football va considerato ancora una competizione oppure, fra squilli di tromba enfatici e retorici, si è tramutato in una sorta di wrestling, che alimenta il business carico di colori e teatralità ma svuotato della sua essenza originaria, cioè vincere o perdere giocando a pallone? Il dubbio è legittimo, se osserviamo il comportamento del pubblico. Ecco la novità. Dove sono finiti gli spettatori del calcio delle figurine, cresciuti a pane e Gazzetta, che vanno in brodo di giuggiole per un’azione travolgente, per un gol vero segnato in rovesciata, per un’alternanza di risultato non confezionata da difensori che si levano o addirittura te la passano? Ecco, va indagata questa assuefazione al “biscotto”, chiamiamolo così per semplificare. Senza drammatizzare, ma ricordando che l’assuefazione, in generale, non fa bene. Subendo fatalisticamente le ruberie di molti politici, per dirne una saltando di palo in frasca, ci siamo abituati a tal punto che, in tema di corruzione, neppure la forza d’indignarsi e’ rimasta più.

Si’, perché all'”Atleti Azzurri d’Italia” – prezzi bassi, d’accordo – c’era un sacco di gente, eppure in pochi hanno eccepito sulla scarsa combattività in campo. La festa a capitan Bellini, innanzitutto. All’Olimpico di Roma, in 60 mila alle 12,30 per uno scontatissimo Roma-Chievo 3-0. Il gusto d’esserci quando Spalletti manda dentro l’idolo FrancescoTotti. A Frosinone, altro pienone. Eppure in Ciociaria si è concretizzata la matematica retrocessione, la cui celebrazione sarà pure molto british ma a chi fa il tifo non dovrebbe entusiasmare.

IL TIFOSO È CAMBIATO

Il tifoso è cambiato. La maggioranza silenziosa vorrebbe tornare indietro, ma – non volendo mettersi ad urlare – tace, nel frastuono d’articoli che raccontano poco il calcio giocato (anche quando c’è). Gli appartenenti a questa categoria sono appassionati più che tifosi. Ma la partecipazione della gente tende ad esprimersi in tanta voglia di socializzare sotto la comune bandiera del senso d’appartenenza. Eleggendo uomini ad eroi. Non c’è problema, intendiamoci. Basta saperlo. Importante capire la direzione di un fenomeno. Se la frequentazione dello stadio, trasformandosi, diventa appagante dal punto di vista ambientale, come una panacea, va bene così. Attenzione, però, a dar da bere eccessivamente alla rana. C’è chi s’esercita in demagogia. Il senso d’appartenenza può essere una bella cosa, se assunto a piccole dosi. Altrimenti si rischia di farlo degenerare in chiusura e intolleranza.

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