Le elezioni amministrative. I grandi sommovimenti in corso

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Se si vuol tentare di capire, con un po’ di azzardo in controtendenza, dove va la società italiana e il peso specifico della democrazia dopo il ballottaggio, si può osservare questa traiettoria: è più significativo dal versante culturale, dice qualcosa di più anche in termini critici, l’esito del voto a Torino rispetto a quello di Roma. Certo clamoroso per quanto annunciato, quello nella capitale, ma pur sempre dentro la logica consueta della battaglia politica: c’erano, in sostanza, tutte le ragioni perché vincesse la candidata grillina. La sorpresa a questo punto era sparita e non c’era scandalo, se vogliamo chiamarlo così: un’alternativa che stava nell’ordine delle cose, nell’obbligazione politica.

TORINO, CASO ESEMPLARE. LE VIRTÙ DIVENTATE VIZIO

A Torino, invece, niente di tutto questo e qui forse conviene riflettere con meno entusiasmo e più freddezza, al di là degli stessi deficit della mutazione renziana impressa al Pd. Contano – è vero – la storia, la statistica, la cultura civica: la Torino ex capitale operaia, quella del compromesso fra capitale e lavoro, città solida e ben strutturata in termini di managerialità politica ed amministrativa, sempre governata dal centrosinistra da quando c’è l’elezione diretta dei sindaci. Una leadership votata, come si dice in modo sofisticato, al “politicamente corretto”, cioè al rispetto delle convenzioni, al lessico delle buone maniere, dentro un universo ovattato con i suoi costumi che fanno consuetudine. Ma in questo voto, che comincia a non essere paradossale, quel che soprattutto conta è la scelta secca a prescindere: a prescindere, cioè, dal fatto che Fassino, per un giudizio diffuso, sia stato un buon sindaco, e intendiamo Fassino come l’esempio di un perdente perché vincente. Competenza e serietà degradate da virtù a vizio. L’esile Fassino zavorrato e infilzato dalle sue stesse capacità, dalla sua storia personale.

“QUANDO C’È IL VENTO NON C’È NIENTE DA FARE”

Viene in mente il primo don Sturzo, fondatore del Partito popolare, che a chi gli chiedeva conto del successo dei fascisti rispondeva così: <E’ il vento e quando c’è il vento non c’è niente da fare>. Nel vento europeo l’Italia ha pieno diritto di cittadinanza, perché i due turni delle amministrative hanno confermato e innovato la nuova gerarchia di quel che passa nella testa e nella pancia degli elettori: idee più compiute potremo farcele giovedì con lo spettro della Brexit che s’aggira in Inghilterra e domenica con il voto in Spagna dove potrebbe uscire un’alleanza fra Podemos e i socialisti.

RIPETI RIPETI, QUALCOSA RESTERÀ

Il dato che si va consolidando è che il mito del nuovo travolge tutto: diventa un giudizio sommario, quasi una sentenza, riavvolge il nastro del passato e del presente senza saper distinguere. Il mito, nel ritmo dei simboli e dei riti, non è un genere innocente e, da Platone in poi, esenta dalla responsabilità di indagarne la credibilità alla fonte: la sua forza sta nella narrazione ripetuta. Ripeti, ripeti, qualcosa resterà. Come dice il politologo Giovanni Orsina, “il giudizio politico non ha più ancoraggi oggettivi”. Lo schema del confronto fra partiti storici e quelli nuovi si basa sul conflitto fra razionalità ed emozioni, sentimenti che sorretti dal giovanilismo, dai volti freschi, esprimono una volontà punitiva verso l’establishment e la ricerca del cambiamento ad ogni costo che nessuna forza politica tradizionale è in grado di controllare. Chi governa viene dunque schiacciato verso i piani alti e verso il potere: ha perso l’innocenza a prescindere, perché la semplice gestione della cosa pubblica diventa complicità, connivenza, un crocevia opaco di interessi precostituiti.

L’ARTE DI IMPRESSIONARE L’IMMAGINAZIONE DELLE FOLLE 

È il dramma che si consuma ai danni delle culture liberaldemocratiche e, soprattutto, del centrosinistra che si ripara dal vento ostile trovando un giaciglio nel pensiero debole: la necessità di accreditarsi verso il mondo che conta, di espiare in pratica il suo peccato originale gli fa così smarrire le sue origini e la sua anima popolare. In fondo, andando oltre la cronaca per intercettare una linea continua a dimensione europea, non stupisce più di tanto che Renzi, volonteroso figlio del tempo degli eccessi, della stagione della democrazia dello zapping, subisca oggi come un boomerang le ragioni del successo di ieri: il nuovo che s’è fatto vecchio, ferito ancora nella culla e che va rottamato perché’ così’ esige la coscienza dell’epoca, in modo istintivo. “Conoscere l’arte di impressionare l’immaginazione delle folle vuol dire conoscere l’arte di governarle” scriveva nel 1895 Gustave Le Bon, uno che se ne intendeva. Benvenuti, dunque, in quella che lo storico Emilio Gentile, in un libro appena uscito (“Il capo e la folla”, Laterza) chiama la “democrazia recitativa”: “Una raffinata forma di demagogia che vorrebbe far apparire la democrazia del capo e delle folle la migliore fra le migliori forme di governo mentre, nella realtà, può essere la peggiore fra le peggiori”.

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