La salvezza difficile e la storia di Pinocchio

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In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.  Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Disse loro: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno…” (Vedi Vangelo di Luca 13, 22-30. Per leggere i testi liturgici di domenica 21 agosto, ventunesima del Tempo Ordinario, clicca qui).

IL LUNGO VIAGGIO VERSO GERUSALEMME

Luca descrive la parte centrale del suo vangelo come un lungo viaggio verso Gerusalemme. La nota del versetto iniziale – “In quel tempo, Gesù passava per città e villaggi, insegnando, mentre era in cammino verso Gerusalemme” – lo vuole ricordare. Ma perché Gesù va verso Gerusalemme? Per conquistare qualche cosa? Evidentemente no. La discussione che segue e le precisazioni di Gesù servono a dare il senso di quello che egli vuole.

UNA DOMANDA IMPEGNATIVA

Un tale, dunque, si avvicina a Gesù e gli pone la domanda forte, impegnativa: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Gesù, in risposta, detta quelle che potrebbero essere le condizioni: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno”. Il termine greco corrispondente a “sforzatevi” indica sia forza, sia impegno e violenza; è, dunque, una cosa da fare con forza e da fare subito perché è urgente. La porta stretta fa probabilmente riferimento alla porta secondaria che, nelle città, serviva a far entrare dei viaggiatori che arrivavano durante la notte e le porte principali erano chiuse. Lo stesso avveniva nelle case più importanti e nei palazzi. È interessante notare che, mentre l’interlocutore chiede a Gesù degli altri, Gesù risponde esortando a pensare a se stessi. La salvezza non riguarda gli altri, ma noi. Gesù non precisa dove si entra attraverso la porta stretta. Ma è abbastanza evidente che si tratta del Regno: si dice che chi entra mangia, partecipa a un banchetto. E il banchetto è una delle immagini ricorrenti del Regno. “Il regno dei cieli è simile a un re che tenne un grande banchetto…”. Sempre per quanto riguarda la porta, bisogna anche ricordare che Gesù stesso si identifica con la porta: “Io sono la porta delle pecore”, dice nel vangelo di Giovanni. E che questa porta che è Gesù sia stretta dipende dal fatto che chi va dietro a lui deve, come lui, prendere la croce per seguirlo.

DECIDERSI. NON SERVONO LE BENEMERENZE

Bisogna decidersi e entrare, dunque. Chi non si decide e non entra rischia di restare chiuso fuori. Se questo avverrà, non servirà molto esibire le proprie benemerenze. Non sono queste che salvano ma l’incontro con il Signore, l’accogliere il suo invito. È ovvio che qui il testo, parlando di coloro che non si decidono e non entrano, allude soprattutto agli ebrei contemporanei di Gesù. La risposta negativa del Giudice supremo significa, dunque, che non basta avere condiviso qualche pasto con Gesù. Bisogna vivere tutta la propria vita su di lui, essere pienamente suoi discepoli. Ancora una volta si minimizza da parte di Gesù un privilegio storico, “dato”, in favore invece di una scelta, di un andar dietro, di una fede. Questa salva, quello no. Per questo Gesù afferma di non sapere neppure di dove sono i suoi interlocutori: tutto quello che fa il bagaglio che l’uomo si porta appresso non vale nulla. Vale se è messo davanti al Signore.
Non ci si meraviglia allora che, anche in questo contesto, Gesù riaffermi il paradosso solito: i lontani diventano vicini e i vicini diventano lontani, i primi diventano ultimi e gli ultimi diventano primi. Gesù fa qui allusione a molte profezie. Vedi, per esempio, la prima lettura: Dio prenderà i suoi leviti tra le genti, tra i pagani.

PINOCCHIO

Il dramma della salvezza e la Parola di Gesù che ci ammonisce ci fa venire in mente un accostamento paradossale: quello della storia di Pinocchio.
Pinocchio è sempre tentato di sviare, di prendere strade sbagliate: appena uscito dalle mani di Geppetto, scappa via di casa; va a vedere lo spettacolo dei burattini invece di andare a scuola; ascolta continuamente le cattive compagnie; va per il paese dei balocchi invece di mettere la testa a posto; si degrada talmente che diventa un asino; finisce in mare inghiottito da un pescecane…
Mentre Pinocchio continua a fuggire da chi gli dà la vita o da chi gli vuole bene, c’è sempre qualche voce che lo ammonisce, che gli racconta dove sta la verità, quale è la via giusta da seguire: il grillo parlante che gli rimprovera la sua sventatezza; la fata dagli occhi turchini che egli ritrova ovunque e che lo ammonisce, essa pure. Tutte le volte che Pinocchio arriva al massimo dell’abiezione trova sempre un insperato, immeritato messaggio. Mentre è diventato un asino e deve fare uno spettacolo riconosce, tra gli spettatori, la Fata Turchina; mentre è in fondo al pescecane incontra Geppetto.
Non deve apparire inconsueto l’accostamento. Siamo dei Pinocchi inseguiti continuamente da una Parola e da un amore che ritroviamo anche in tutte le nostre abiezioni. Spesso quella Parola ci pesa e ci appare come una porta stretta nella quale è difficile entrare. Ma ogni parola paterna pesa perché contesta le nostre dimenticanze e le nostre illusioni…

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