Volevo essere anche (R)io. Usain Bolt: quando lo spettacolo supera lo sport

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Lo abbiamo già detto, ma le Olimpiadi sono imprevedibili quanto la quotidianità e spesso ci costringono a ripeterci: le storie a cinque cerchi riguardano anche i campioni, non per forza le seconde linee. I campioni sono, prima di tutto, quelli che vincono. Poi però sono anche quelli che conservano qualità che appartengono solo ed esclusivamente a questa categoria: la capacità di non accontentarsi, il porsi sempre obiettivi nuovi, il vincere per tanto tempo contro tanti avversari e contro sé stessi e poi quello di essere personaggi anche fuori dalle gare. E questi sono gli aspetti in comune che non sono però gli unici a contraddistinguere i campioni perché oltre a questi ci sono le qualità specifiche che differenziano l’uno dall’altro. Nella giornata di domenica sono tre i campioni che hanno vinto o conquistato una medaglia e che hanno conquistato le mie attenzioni: Niccolò Campriani, Tania Cagnotto e Usain Bolt. L’azzurro Campriani ha vinto ancora un altro oro nella carabina, la nostra Cagnotto il bronzo nei tuffi da 3 metri e il giamaicano Bolt l’oro più ambito, quello nei 100 metri. In ognuno di questi ho ritrovato caratteristiche personali più che sportive molto diverse tra loro che non mi hanno lasciato indifferente e che mi hanno suggerito una riflessione. Campriani è il classico ‘tiratore’ tutto mira, concentrazione, meticolosità, calma, pazienza, fermezza, rigore e un’ossessione: fare centro. Per tutta la gara non può concedersi il minimo tremore, la minima emozione, distrazione, esultanza o disperazione e al termine la tensione da gara è talmente elevata che esultare per un oro olimpico risulta veramente complicato. Lì in quella sala di tiro è tutto molto sommesso, è un acquario dal quale l’unico brivido che esce è quello dello sparo della carabina e, al massimo, mezzo sorriso ed un abbraccio. Quando si sale sul trampolino dei tre metri invece, è la passione per i tuffi e l’emozione fanciullesca che dà il buttarsi in acqua a comandare. Non per tutti, ma sicuramente per Tania Cagnotto è così. Nei suoi occhi brillanti, nella sua eleganza innata che la guida alle vittorie, nel suo sorridere dolce prima di buttarsi e nelle sue esultanze da ragazzina incredula c’è tutta Tania, la atleta e la donna Tania Cagnotto. Un modo di vivere il proprio sport completamente diverso dettato anche dallo sport stesso, molto più esuberante, che emerge anche nel momento in cui Tania annuncia sorridente che per lei basta così e che ora l’unico ‘trampolino’ sul quale vuole salire è quello dell’altare della chiesa dove si sposerà a settembre. Quindi il fenomeno Usain Bolt. Il suo modo di vivere lo sport è tutto caraibico, quei 9 secondi e spiccioli che compongono la gara sono solo un aspetto di una gara olimpica per lui perché poi attorno c’è ben altro: sorrisi, gesti, slogan, applausi, vizi, vezzi, sponsor. Bolt è fenomenale, come atleta perché lo dice il cronometro e il palmares, e poi come uomo che smuove le folle e le fa innamorare fino a rappresentare l’emblema di come lo sport sia diventato più spettacolo che attenzione alle prestazioni sportive. Bello per un certo verso, non nego di essermi alzato alle 3.25 anche per questo, ma qui a Rio a mio parere ha esagerato un po’. Sarebbe stato più emozionante che dedicasse qualche centesimo a cercare di abbassare ancora il suo record del mondo piuttosto che a dialogare a distanza con lo stadio gremito e tutto per lui. Va bene lo show, ma non dimentichiamoci che le Olimpiadi sono gare sportive.

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