I migranti minori, invisibili e sperduti come i bambini dell’Isola che non c’è

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Minori migranti, invisibili. Sperduti, come i bimbi dell’Isola che non c’è. Così, in un rapporto presentato a fine maggio dall’Unicef, in collaborazione con la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, vengono definiti i minori migranti che giungono soli in Italia.
Il 2016 ne ha visti sbarcare sulle coste del nostro Paese circa 28mila. Nelle pagine del documento si cerca “di restituire volti e storie ai minorenni coinvolti nelle migrazioni”, dice Giacomo Guerrera, presidente dell’Unicef Italia. Si raccontano le storie di chi è sfuggito alla povertà, all’oppressione e alla violenza, o alla guerra. Nella maggior parte dei casi si tratta di minori adolescenti. Alcuni, con grande tenacia e attraverso strade tortuose, giungono alla tanto agognata integrazione, altri lasciano il nostro Paese tentando altre destinazioni, altri misteriosamente si smaterializzano diventando per le autorità “irreperibili”, altri ancora finiscono purtroppo nel circuito penale.
Secondo i dati del Ministero della giustizia, gli stranieri non accompagnati in carico agli Uffici del Servizio Sociale per i Minorenni sono l’1,6-1,7% del totale. Arrivano prevalentemente dall’Albania, dall’Egitto, dal Marocco, dal Senegal e dalla Tunisia. In genere sono coinvolti in reati di piccola criminalità, nella prostituzione o nello spaccio di stupefacenti. Purtroppo l’epilogo di questa spirale non può essere che la reclusione nel carcere minorile, dal momento che la famiglia di provenienza è altrove e non può farsi carico di eventuali misure alternative alla detenzione. “Una possibile conseguenza di questo stato di cose – si legge nel rapporto – è che si finisca per riprodurre un circolo vizioso della devianza, dal momento che è proprio attraverso l’applicazione di misure alternative alla detenzione che si può pensare di incidere significativamente sulla riduzione della recidività”.
Ma oltre al dato statistico e alla evidenziazione della criticità sociale, viene da chiedersi come questi ragazzi riescano a vivere la propria adolescenza: un’età critica in uno stato emergenziale e assolutamente precario.
Secondo una ricerca condotta dal Politecnico di Monaco di Baviera, un terzo di questi minori soffrirebbe di disturbi psichici, diretta conseguenza di guerra, torture, della drammatica fuga verso l’Europa e della lunga permanenza dei centri di prima accoglienza.
E quando non sopravviene il disturbo psichico, l’adolescente migrante è chiamato a confrontarsi con la difficile prova dell’integrazione. Non è facile integrarsi davvero. In generale, spiegano gli psicologi, i giovani non hanno problemi di adattamento alle nuove realtà. I veri problemi hanno un’altra origine. Questi ragazzi appartengono di fatto a due culture: quella familiare e quella del Paese in cui sono approdati. Questa distanza comporta per loro un grosso carico emotivo e un forte senso di smarrimento che investe tutti gli ambiti educativi e dello sviluppo.
Poi c’è la frattura con la famiglia di origine, oltre che col Paese di provenienza e con la cultura di appartenenza. Negli adolescenti migranti si manifestano così conflitti interiori, pensieri tormentati e pieni di disperante solitudine.
Qualche settimana fa il Parlamento ha varato a larga maggioranza un provvedimento che si occupa della posizione giuridica e amministrativa di questi minori. Ma chi si farà carico del loro disagio emotivo?

Silvia Rossetti

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