L’Atalanta «internazionale» è un modello: Bergamo diventa grande anche grazie all’apporto degli stranieri

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“È sempre più internazionale l’Atalanta del nuovo millennio”. E ancora: “L’Atalanta è multinazionale. In ritiro con la prof. di lingue”. Così ha titolato L’Eco di Bergamo negli ultimi giorni, riportando con entusiasmo e precisione quanto sia cambiata nei suoi primi centodieci anni di storia la rosa dell’Atalanta. Una trasformazione dovuta alla globalizzazione del calcio, dove non sono solo più i soliti grandi club come Juventus, Inter e Milan a schierare in campo parecchi calciatori stranieri.
Il tenore degli articoli, ma anche il sentore tra gli appassionati e i tifosi nerazzurri, è che l’internazionalità della formazione sia una ricchezza per la Dea. E a ribadirlo ci sono i risultati: nella stagione appena conclusa l’Atalanta ha ottenuto il proprio record di punti in Serie A e si è qualificata per l’Europa League. Questo anche grazie ai giocatori stranieri. Uno su tutti: Papu Gomez. Accanto all’attaccante argentino però sono complici del successo anche “due francesi (Konko e Mounier), uno svizzero (Freuler), un albanese (Berisha), un olandese (Hateboer), un bosniaco (Zukanovic), uno sloveno (Kurtic), un serbo (Pesic), un brasiliano (Toloi), un ecuadoriano (Cabezas), un ivoriano (Kessie), un senegalese (Dramé) e alla lista vanno aggiunti anche i due cileni Carmona e Pinilla, che hanno lasciato la squadra a gennaio” ci rammenta L’Eco. Per la prossima stagione europea sono arrivati anche i rinforzi, tanto che, oltre allo staff tecnico, nel ritiro di Rovetta è presente anche un’insegnante di lingua italiana per i neoacquisti. L’accoglienza dei nuovi calciatori venuti da lontano è stata sin da subito calorosa, come racconta Josip Iličič: “Ho trovato tanto affetto a Bergamo, dal primo giorno, e questa accoglienza mi dà una carica in più”.
Potremmo vedere l’Atalanta come la metafora della Bergamo odierna. Un’Atalanta e una Bergamo che è diventata e diventa grande anche grazie all’apporto degli stranieri. E soprattutto quando lo straniero (Iličič, giusto per restare sull’esempio di prima, è nato nell’88 in Bosnia, ha cittadinanza slovena, ma origini croate, e da bambino fu profugo di guerra) viene accolto e valorizzato per le proprie competenze, dà il meglio di se per la nuova squadra. Per tanto potremmo provare a guardare ai nuovi arrivati sul territorio orobico come un’opportunità di crescita. Magari all’inizio servirà chi insegna bene l’italiano e un po’ di pazienza per sperimentare un gioco nuovo che metta insieme la tecnica bergamasca e quella portata dall’altro, ma sicuramente ne nascerà una migliore prestazione. Che sia in campo o nella vita quotidiana.
Certo, qualcuno obietterà che l’Atalanta ha preso anche dei “bidoni” calcistici clamorosi. Eppure, non per quei pochi calciatori che si sono rivelati molto al di sotto delle promesse, ha smesso di acquistare terzini o attaccanti con il passaporto diverso da quello italiano. Viva l’Atalanta internazionale.

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