Ho visto una processione, un mare di gente. Una grande manifestazione. Forse anche di fede

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Ho partecipato a una processione in un paese della val Calepio. Un mare di gente. Dopo si è discusso tra amici. “Quello non c’entra con la fede”, diceva uno. “Ma lì un po’ di fede c’è di sicuro”, diceva l’altro. Antica discussione. Tu cosa ne dici? Carmen

Sono vere entrambe le posizioni, cara Carmen! La pietà popolare è il linguaggio più immediato con il quale i fedeli esprimono la propria fede in Dio, nella Vergine e nei santi e il proprio bisogno di affidarsi a loro, ricevendo in cambio tanta consolazione e tanta forza per continuare il cammino della vita.

La fede popolare

Non dubito, dunque, che non sia espressione di fede!

Nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi”. – scrive il papa  nell’Evangelii Gaudium – La pietà popolare manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere. (…) Si tratta di una vera ‘spiritualità incarnata nella cultura dei semplici’. Non è vuota di contenuti, bensì li scopre e li esprime più mediante la via simbolica che con l’uso della ragione strumentale, e nell’atto di fede accentua maggiormente il credere in Deum che il credere Deum. (EG 123-124)

Da che “mondo è mondo”, popoli e culture diverse hanno celebrato, a partire da particolari avvenimenti agresti-pastorali, sociali o storici, religiosi, ecc., feste religiose, attraverso le quali hanno reso visibile i fondamenti più importanti del proprio vivere insieme. Non dimentichiamoci che anche Gesù, quale buon ebreo, è stato fedele ai riti e alle feste del suo popolo, che ha celebrato con i suoi familiari prima, e con i suoi discepoli poi, rivelando se stesso quale compimento e pienezza di ciascuna di esse. Ricordiamo, ad esempio, la festa di Pasqua e quella di Pentecoste, le cui origini sono agresti e pastorali.

Solitamente queste manifestazioni religiose sono il frutto della propria storia e si perdono nella notte dei tempi; continuare a celebrarle è un modo per tenere viva la consapevolezza delle proprie “radici”, così da attingervi nuovamente la linfa vitale degli inizi. Oltre ad essere un prezioso bagaglio spirituale e culturale, esse esprimono il desiderio di vita e di fecondità di una popolazione.

La tradizione popolare va evangelizzata

Occorre, tuttavia, evidenziare l’altra faccia della medaglia: se è vero, come è vero, che la tradizione popolare esprime la vera spiritualità incarnata nella fede dei semplici, è altrettanto realistico cogliere quanto questa vada evangelizzata e formata, perché non cada nel devozionismo, o addirittura nella superstizione e, in qualche caso, anche nell’idolatria.

Molte volte, infatti, nelle nostre comunità si percepisce un’incapacità diffusa di fare ordine e chiarezza nel modo di esprimere la fede, per cui assistiamo a marcate contraddizioni: se alla processione mariana si muove un “mare di gente”, alla celebrazione dell’Eucarestia domenicale non è così! È, allora, lecito domandarsi che senso ha coltivare queste devozioni se sono fini a se stesse e non conducono a riscoprire la centralità di Cristo e della sua Pasqua nella nostra vita.

Le folle della processione e la solitudine della Veglia di Pasqua

Se poi pensiamo alla Veglia pasquale, madre di tutte le veglie, cuore della nostra fede, centro di tutto il cammino comunitario, emerge un divario ancora più evidente, con marcate contraddizioni. Purtroppo dobbiamo tutti ammettere che non siamo sufficientemente formati a esprimere, in modo maturo e adulto, la nostra fede: l’auspicio è, allora, quello di una catechesi “a 360 gradi” che ci aiuti a fare un poco di ordine “spirituale” così che le manifestazioni religiose alle quali partecipiamo siano espressione di una vita vissuta secondo il Vangelo, radicata veramente nella Pasqua del Signore Gesù, morto e risorto.

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