Cultura classica, scienza e web: per costruire «Il nostro futuro» secondo Alec Ross bisogna farli andare d’accordo

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“Il punto è che è necessario un approccio più interdisciplinare, che fonda le scienze tecniche e quelle umanistiche, tale che prepari i giovani per un mondo in cui quelle brevi pareti divisorie stanno già cominciando a crollare”.
L’annosa questione della cultura “classica” contrapposta alla pura logica binaria del computer viene risolta – teoricamente – da Alec Ross, già consigliere del dipartimento di stato americano per l’innovazione con Hillary Clinton ed esperto di tecnologia applicata al web. Nel suo recente “Il nostro futuro” (Feltrinelli, 307 pagine) Ross prende di petto questa ed altre questioni, vale a dire gli inquieti interrogativi che tutti noi ci poniamo, da non addetti ai lavori, guardando al futuro dei nostri figli: come sarà l’economia del pianeta tra trent’anni? La nuova migrazione dei nostri giovani cervelli verso le “città alfa” (vale a dire quelle in cui pulsa il nuovo cuore economico-informatico, come Shanghai, Londra, New York, Tokyo) è una costante nel futuro? Esisterà ancora la nazione come la intendiamo oggi? Dove si sposteranno i mercati?
Ebbene, dobbiamo partire dall’inizio del nostro articolo, da quella frase che cela in sé molte delle risposte che ci attendiamo, almeno nel Belpaese. L’Italia nasconde nel suo seno una ricchezza inestimabile, fatta di arte, archeologia, storia, letteratura, natura. Vivere a Roma, solo per fare un esempio, significa “incontrare” personalmente la cultura. Questo è un fatto, non un’utopia o un augurio. Questo fatto, suggerisce Ross, da solo non basta: occorre unire ad esso una nuova tecnologia fatta di uso intelligente del net, dei pagamenti dei biglietti e delle prenotazioni, della pubblicità, delle modalità espositive, con maggiore flessibilità nelle aperture, e tant’altro.
Questa è la proposta “mediana”, dopo di che non abbiamo che due possibilità: la resa alle logiche dei nuovi mercati o la chiusura a riccio sulla nostra storia, sperando che il richiamo turistico da solo basti a portarci in salvo.
Nessuno però ha la medicina pronta, e anche Ross lo sa, tant’è vero che onestamente egli elenca il pro del nuovo mercato, ma anche il suo contro. Soprattutto la attuale tendenza a stabilirsi in Paesi che non solo hanno adottato le innovazioni in maniera radicale, come l’Estonia, ma che hanno per un certo periodo mano d’opera a basso costo. Il mercato, novella Cenerentola, se ne scappa laddove produrre costa meno, come stiamo vedendo a casa nostra con la delocalizzazione di fabbriche che si portano via centinaia di posti di lavoro lasciandoci in cambio povertà e emarginazione. In questo modo nazioni poverissime come l’India e la Cina hanno realizzato svolte impensabili, abbattendo i numeri della povertà. E però, lo stesso Ross ci avvisa che l’egemonia dei Big Data, oltre ai tragici problemi di delocalizzazione di cui abbiamo parlato, porta già da ora questioni di privacy che andranno affrontati per tempo: è vero che non paghiamo alcuni servizi sul net, ma è pure vero che quel gratis significa che immagini e dati sono preda di sconosciuti.
La soluzione? Quella, secondo l’autore, di imparare a governare da subito il web, iniziando, come la rinata Estonia, dalla scuola. Ma Ross non ci dice che cosa dobbiamo fare adesso. Portare altrove le fabbriche non ubbidisce ad una logica umana, ma a quella del profitto in sé e per sé. Si ha come l’impressione che i grandi numeri stiano facendo dimenticare che il lavoro è uno strumento al servizio della vita.

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