Noah soffre di epilessia e i compagni di scuola diventano i primi soccorritori

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La scuola che funziona. Si potrebbe commentare così la notizia rimbalzata sui media in questi giorni di una classe elementare capace di attivarsi tutta insieme per aiutare un ragazzino che soffre di epilessia. La classe è una terza, in una scuola di Riccione. Noah, come i suoi compagni, ha nove anni. Come loro condivide attività e passioni. Come loro studia, corre e gioca. Di diverso Noah ha una malattia subdola, che arriva quando meno se lo aspetta. Gli attacchi epilettici, infatti, lo possono aggredire e provocano convulsioni, addirittura perdita di coscienza. “Quando all’improvviso scoppiano le crisi di epilessia – racconta la mamma di Noah – mio figlio non è più lo stesso: si irrigidisce, gli si capovolgono gli occhi, perde saliva dalla bocca”. C’è da immaginarsi la scena a scuola, durante una mattina come le altre. Con i compagni che si spaventano, le maestre che si prodigano, l’emergenza che scatta immediata. Non è solo immaginazione: a novembre scorso Noah si è sentito male proprio in classe, ha avuto una scossa improvvisa in tutto il corpo, è svenuto. Lo hanno portato all’ospedale, dove dopo un po’ di tempo gli hanno diagnosticato – riferisce il Corriere, con il quale hanno parlato i genitori di Noah – “anomalie epilettiformi interessanti”. Fin qui la medicina. Ma la notizia è quello che Noah trova al ritorno in classe: un bel cartello sulla parete con indicati gli “Incarichi di emergenza” per ciascuno dei suoi compagni. La classe si è preparata: Noah ha bisogno d’aiuto e ciascuno fa la sua parte. L’insegnante, anzitutto, “soccorre il bambino”. Ma poi, ecco i nomi dei compagni: Lia, Vittoria, Luca, Tommaso, Alberto, Leo, Giordano, Giulia, Gaia, Josef, Diana… un elenco lungo. Ogni nome scritto in pennarello verde con a fianco il compito. C’è chi va a prendere il cellulare dalla borsa della maestra o sulla cattedra, chi sta vicino all’insegnante, chi va a chiamarne altri dalle classi vicine, chi va a prendere un cuscino, chi avverte i bidelli… Insomma, ciascuno fa la sua parte e tutti insieme soccorrono Noah. Come è stato possibile? La maestra, anzitutto, ha spiegato ai compagni di classe di Noah cosa sia l’epilessia, evidenziando come si possa, se non bloccare le crisi, almeno affrontare insieme l’emergenza. In un post su Facebook, sempre la mamma di Noah ha concluso: “Questi ragazzi stanno dando prova di un altruismo immenso. Un domani non esiteranno a dare una mano a chi incontreranno in difficoltà lungo la loro strada. È l’esempio che la scuola è davvero una palestra di vita”. Ma l’altruismo non è l’unica nota emergente dalla vicenda della classe di Riccione. Viene infatti da pensare a come ha funzionato la scuola, come è stata capace, in questo caso, di coinvolgere e motivare, promuovere apprendimenti, valorizzare gli elementi di socializzazione e di cooperazione tra i ragazzi e tra loro e gli insegnanti… Insomma, ha fatto bene il proprio mestiere. L’emergenza – gestita da professionisti dell’educazione: questo sono gli insegnanti – ha fatto detonare tutta una serie di elementi virtuosi che non hanno a che fare direttamente con la matematica o l’italiano, con le “materie” di studio cui spesso si associa univocamente l’attività della scuola, ma costituiscono anch’essi il “proprium” dell’esperienza scolastica.

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