L’altalena di Salvini e Di Maio. Da dove viene la crisi attuale e dove va

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L’altalena di Di Maio-Salvini continua placidamente, dopo una settimana, a dondolare al cospetto degli italiani, del Presidente della Repubblica, dell’Unione europea e delle Borse. Il contratto di governo, con annesso Comitato di conciliazione, appare gonfio di pensieri desideranti, reciprocamente contraddittori, smussati qua e là e diluiti; ha già prodotto qualche effetto sgradevole sulle Borse e sullo spread. Chiamarlo programma è certamente esagerato. Contratto è solo il nome di un imbarazzo.

Il governo di cambiamento ricorda molto i governi democristiani

È una mappa confusa, la direzione reale sarà decisa a vista, giorno per giorno, dal Comitato di conciliazione. Il cosiddetto “governo del cambiamento” assomiglia moltissimo ai governi democristiani di marca dorotea. Non è esattamente l’inizio di una nuova storia, di “un’ondata di cambiamento”. La sua durata appare sempre più problematica, supposto che inizi davvero. Persino i “giornaloni” – l’espressione poco benevola è di Di Maio – che hanno appoggiato il M5S, incominciano a porsi qualche interrogativo vuoi sulla copertura finanziaria delle misure annunciate vuoi sulla compatibilità del Comitato di conciliazione con i ruoli e i poteri del premier – premier de’ che?”- , vuoi sulla giustizia ecc… È facile prevedere che sarà un governo fragile, esposto al vento cangiante degli algoritmi, attraversato da una permanente campagna elettorale, sorvegliato quotidianamente da chi a livello internazionale detiene i titoli di stato italiani. La logica è quella della produzione di campagne elettorali a mezzo di campagne elettorali. Il tempo per governare è solo un interstizio. Si possono sfoggiare velleità di indipendenza sovrana rispetto alla Ue e all’Euro, ma, proprio perché l’Italia continua ad essere una potenza economica attraversata e impigliata da mille fili globali, a questi ultimi è vano tentare di sottrarsi. Tutto ciò è verissimo! Tuttavia, la maggioranza degli elettori ha voluto esattamente questo scenario. E questa volontà va rispettata. Sì, farà male a tutti noi, all’intero Paese. Ma non esiste nell’immediato nessun meccanismo democratico che possa impedirlo. Neppure la Presidenza della Repubblica. Nei regimi democratico-liberali si può costituire un governo, che la minoranza ritiene pessimo, dentro l’alveo costituzionale e dentro il fisiologico check-and-balance.

Da dove viene l’incredibile scenario che gli elettori hanno voluto

Ma, com’è accaduto che la maggioranza di noi elettori è arrivata a questo punto di incompetenza gaglioffa, di ignoranza arrogante, che il “contratto di governo” rispecchia perfettamente, pur tentando persino di fornire un qualche argine ad un magma ribollente e anarchico? Quando è stato posto il primo sasso del mucchio di desideri, risentimenti, rabbie? Dove è incominciato questo itinerario che ci ha portato oggi a immaginare di essere un Paese di balocchi, non responsabile del proprio debito pubblico, così che le generazioni non ancora nate funzionano già ora da bancomat involontario per quelle presenti? Che cosa ci ha portato a immaginarci al di fuori da ogni interdipendenza globale come fossimo l’isola di Pasqua dispersa nell’infinito Oceano? Secondo Ernesto Galli della Loggia la catastrofe è incominciato l’8 settembre del 1943. È la sua ben nota tesi della fine della Patria. Da allora quella data è stata rimossa dalla nostra memoria, ma non dalla nostra storia. Che adesso presenta il conto. Secondo Pietro Craveri occorre partire dal 1953, dalla fine dei governi De Gasperi. Da allora inizia l’età dell’ “arte del non governo”. Per Giuliano Ferrara essa incomincia più tardi ancora: con l’assassinio di Aldo Moro nel 1978. Per altri, la data di rottura è il ’68, per altri il 1989. A seconda di dove si  fa incominciare, le ricette per “rifondare la Repubblica” variano notevolmente. Ricostruire lo spirito pubblico e, persino, la configurazione antropologica degli italiani appare impresa impossibile e indeterminata quanto ai mezzi. E comunque di troppo lungo periodo. Perché si possono rintracciare i fili della memoria, non riavvolgere quelli della storia.

Ballano i partiti e ballano le istituzioni. Necessario rifondare lo Stato

Perciò conviene ripartire da ciò che dipende da noi, qui e ora. In relazione a questo approccio, bisogna definitivamente prendere atto che nella seconda parte della Costituzione abbiamo progettato/costruito uno Stato politico debole, rispetto alle quali il sistema dei partiti ha svolto una funzione sostitutiva e sussidiaria. Lo Stato politico che emerge nella seconda parte della Costituzione è lo Stato dei partiti. Che i partiti siano diventati partiti-stato, fino a colonizzare la statualità universale e a frammentarla secondo interessi di parte, ha impedito l’identificazione dei cittadini con la Patria e con lo Stato. La potenza esorbitante del sistema dei partiti si è trasformata in debolezza, allorchè le trasformazioni economico-sociali e culturali e quelle internazionali – si pensi al 1989 – lo hanno travolto. E quando il sistema dei partiti balla, ballano anche le istituzioni, come appare clamorosamente in questi giorni, sempre che non arrivino conflitti ancora più distruttivi. Alla base della lunga e spessa accumulazione di rabbia che ha prodotto l’attuale contratto di governo sta un’altrettanto pluridecennale e colpevole ignavia dei partiti. Ci si può dividere su quando è incominciato il dramma, ma si potrebbe senz’altro convenire su quando si è presentata l’occasione per una ricostruzione della statualità e di un nuovo sistema dei partiti. Fu l’occasione dell’’89, allorché il sistema incominciò a franare, insieme al Muro di Berlino, che ne era l’architrave occulta. L’illusione prospettica fatale dei partiti è stata quella di ricostruire un nuovo primato dei partiti, manipolando il sistema elettorale. Invece, e per la prima volta, si presentava la possibilità di costruire lo Stato come bene comune universale. Non che non fossero comparsi prima e dopo i barlumi di quella consapevolezza: dall’ipotesi craxiana di Grande riforma alle successive Commissioni bicamerali e alle proposte di referendum fino al 2016. Ma i partiti hanno continuato a vedere lo Stato come “cosa propria”, alternandosi nella bocciatura dei progetti altrui. È mancata nella loro cultura politica l’idea liberale dello Stato come bene comune. È in questo enorme buco nero che è stato attratto lo spirito pubblico del Paese. Di qui escono oggi miasmi del giustizialismo, dell’odio, del dilettantismo sfrenato, dell’incompetenza, del solipsismo sovranista… È uno scenario fantastico in cui mancano il Mondo e l’Altro. Per accorciare l’avvenire di questa illusione non basteranno le manovre parlamentari e neppure programmi più rigorosi e neppure ipotesi di conti pubblici più in ordine. Serve riprogettare lo Stato politico e lo Stato amministrativo. Vasto programma? Di certo, quelli minimi non hanno funzionato.

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