La festa di San Benedetto al monastero di Santa Grata

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«San Benedetto propone preghiera e lavoro, cioè una vita contemplativa che ci ricorda che siamo fatti per il bene e con la curiosità attenta verso la storia. Ma soprattutto, San Benedetto sapeva di essere un discepolo che doveva trasmettere la testimonianza del Signore e che il luogo della sapienza è soltanto Gesù Cristo».

Sono le parole del vescovo di Vigevano Maurizio Gervasoni, che mercoledì pomeriggio 11 agosto, nella festa di San Benedetto, ha presieduto una Messa solenne nella chiesa del monastero di Santa Grata. L’iniziativa — come ha ricordato il vicario episcopale monsignor Vittorio Nozza — si è posta «nel ricchissimo programma di celebrazioni in ricordo del 2° centenario del ripristino del monastero benedettino» (8 dicembre 1817).

Il monastero, inizialmente chiamato Santa Maria Vetere, fu fondato in epoca longobarda, anche se una lunga tradizione lo farebbe risalire ai tempi di Santa Grata (secolo IV). La Regola di San Benedetto fu introdotta nel 1026 e quindi il monastero di Bergamo Alta è una delle più antiche presenze benedettine in Lombardia. La vita ordinaria del monastero, fatta di preghiera e di lavoro, proseguì senza ostacoli fino alla fine del Settecento, quando sopraggiunse l’ondata della Rivoluzione francese con le asfissianti misure anticlericali nell’ambito delle quali venne profondamente colpita la vita monastica femminile e maschile, considerate inutili nella società.

Il monastero venne soppresso una prima volta nel 1798 per poi riaprire durante la breve cacciata delle truppe francesi. Ma fu poi nuovamente soppresso dopo il loro ritorno nel 1810, quando subì anche il saccheggio di oggetti, suppellettili e opere d’arte, nonché la dispersione di antichi manoscritti conservati nell’archivio. Con la caduta di Napoleone e l’instaurazione della dominazione austriaca, le monache di Santa Grata inoltrarono una serie di suppliche, che furono esaudite dall’imperatore austriaco nel 1817, a patto che nel monastero fosse aperto un istituto di educazione e istruzione per le ragazze della città, che durò fino al 1930.

Il vescovo Gervasoni ha ricordato un parallelismo tra la vita di Benedetto e del profeta Elia.

«Entrambi cercano di più. Così Benedetto si ritira in solitudine, mentre Elia va nel deserto. Dopo il loro forte incontro con Dio, si aprono a una vita nuova. Il monachesimo ha sempre trasmesso valori forti. Questo spiega una certa estraneità della vita cristiana con la vita di perfezione dei monaci. È stato il Concilio a parlarci della chiamata universale alla santità».

Ma chi era San Benedetto?

«Fu uomo di fede, penitenza, preghiera, lavoro, cosciente della presenza del male nel mondo. La sua è una figura di forte provocazione per ogni epoca, anche per la nostra, che rincorre valori lontani dalla testimonianza del santo». Fu soprattutto uomo di contemplazione. «Invece, noi oggi contempliamo spontaneità immediata, benessere, calcolatori e cercatori instancabili di benessere. San Benedetto propone preghiera e lavoro, cioè una vita contemplativa che ci ricorda che siamo fatti per il bene e con la curiosità attenta verso la storia».

 

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