Gli insulti all’immigrato sul treno e la donna ribelle. La malattia più grave è l’indifferenza dei molti

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Se vuoi, puoi. Quel che, anche solo trent’anni fa, appariva, semplicemente, come lo slogan retorico di un qualsiasi spot pubblicitario, sembra oggi essere diventato il mantra con cui gran parte della popolazione struttura e organizza la propria vita. Il benessere generalizzato, il mercato globale, l’istruzione più o meno gratuita e lo sviluppo senza fine della tecnologia, garantiscono, ormai, un ventaglio di possibilità e opportunità che i nostri genitori e i nostri nonni si sognavano. Un bene, per certi aspetti. Un disastro, per altri. Viviamo in una realtà, infatti, in cui, ormai  chiunque può essere ciò che vuole (a dispetto di quel che veramente è) e, soprattutto, può dire ciò che desidera, senza remore, senza filtri (che rispondano al nome di coscienza, educazione o buon gusto). Non c’è bisogno di tirare in ballo Pasolini o Bauman: è sotto gli occhi di tutti come, certe conquiste legittime di libertà, abbiano scatenato gli istinti più pruriginosi e infimi delle persone. E il grosso problema, da tempo, è che questi rigurgiti primordiali non si liberano solo sul web (che, secondo Eco, sostituendosi al «Bar Sport» di provincia, ha dato «diritto di parola a legioni di imbecilli»), ma pure per la strada, sul tram, in mezzo alla società civile. L’ultimo episodio, tristemente noto, è quello che ha visto protagonista Maria Rosaria Coppola, la donna che, venerdì scorso, a bordo di un treno della Circumvesuviana, ha reagito, da sola, alle intemperanze anti-immigrati di un passeggero. Il tutto è stato ripreso da un video girato con lo smartphone da un altro viaggiatore, che poi, postato su Facebook, è diventato, in pochissimo tempo, virale. C’è poco da dire: la donna ha avuto coraggio da vendere. A fronte della gratuita violenza (verbale e gestuale) dell’aggressore, accanitosi prima contro l’immigrato (srilankese da anni integrato, con la sua famiglia, in Italia) e poi contro di lei, Maria Rosaria Coppola non si è lasciata intimorire e ha risposto per le rime all’uomo schiumante di rabbia. Alla fine, lo scontro è scemato e, fortunatamente, non si sono contati né contusi, né feriti, né morti e, ça va sans dire, pochi giorni dopo, sono arrivate le scuse dell’aggressore (solo alla donna, però). Ma lascia perplessi notare con quanta libertà una persona possa permettersi di insultare uno sconosciuto sul treno, unicamente per la sua provenienza (nel video, rivendicando il suo razzismo, l’uomo afferma: «L’Italia è nostra!»); sconvolge essere testimoni di questo delirio di prepotenza e arroganza, soprattutto in relazione alla totale assenza di un motivo valido. Un delirio, senza filtri, in linea, per certi aspetti, con la narrazione sociale e ideologica che stiamo vivendo, frutto di certo clima politico che serpeggia, da un po’, anche nel nostro Paese. Ma ciò che lascia senza parole, è anche l’assenza di una reazione da parte degli altri passeggeri. Un silenzio tombale che interroga ognuno di noi: cosa avremmo fatto al loro posto? Ci saremmo schierati con la signora o avremmo fatto finta di nulla? Nel celebre film Patch Adams (Tom Shadyac, 1998), Robin Williams (che impersona il famoso dottore) afferma: «Vogliamo combattere le malattie? Combattiamo la più terribile di tutte: l’indifferenza». Indifferenza che, come una sepsi o una neoplasia, si radica e si diffonde nell’organismo delle persone. Indifferenza che contagia anche coloro che la subiscono: se si guarda attentamente il video dell’aggressione, infatti, si nota come l’uomo srilankese non batta ciglio, preferisca non rispondere alle provocazioni. Una reazione di paura la sua, giustificata (tanto più essendo lui la vittima diretta dell’assalitore), ma che sembra quasi affermare (e quindi legittimare) la normalità dell’aggressione. Questo è quel che più preoccupa: l’accettazione della violenza come qualcosa di normale, di ordinario (che scava un solco accidioso di sfiducia nei confronti dell’umanità e della giustizia). Un rischio allarmante, al quale non ci si può che ribellare. Come ha fatto Maria Rosaria Coppola.

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